Come le pietre di Stonehenge

Zigo

Ci godemmo Zigo a braccia tese sotto la curva come il Cristo Redentore; gli scrivevano «Dio Zigoni pensaci tu», e nessuno nella bigotta Verona aveva da obiettare qualcosa a quel rito pagano. Poi facemmo sindaco un vichingo che con un calzino prese a calci un’avara signora; non credevamo ai miracoli, ma l’Osvaldo dalla Bovisa e i suoi ragazzi ci fecero ricredere. Da quei gradoni Roberto Puliero per oltre quarant’anni è stato la voce del nostro tempo, una voce di popolo con il suo inconfondibile timbro e il raro dono dell’ironia. E poi tanto altro, fino al tacco del buon Di Carmine in una magica notte del giugno scorso. Bei giorni, brutti giorni, tant’è; gioie, forse poche, ma pesanti ed eterne come le pietre di Stonehenge; dolori, tanti, ma mai così forti da sotterrarti.

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Quei gradoni sono un pezzo di noi; ci siamo cresciuti, lì abbiamo litigato e ci siamo abbracciati; lì abbiamo versato lacrime di felicità e dispiacere. Un pezzo di vita grande così. Da quando siamo al mondo, quel blocco di cemento armato è il catino delle nostre passioni, delle nostre emozioni. Oddio bello non è mai stato, questo sì, ma chissenefrega. E ora il Bentegodi lo volete buttare giù. Ci chiediamo, ma non basta una rinfrescatina, un vernissage? Cambiategli magari il vestito a questo anziano signore. Se lo fanno altrove, potremmo farlo anche qui. Vabbè, parliamo pure da tecnici quali non siamo, ma non basta una ristrutturazione, dargli una bella sistematina e ripulirlo dai piccioni invadenti che grazie all’incuria lo han preso per il loro cesso di casa? E poi scusate, ma della storia bisognerebbe avere un po’ di rispetto, ma proprio in macerie la volete ridurre!

La Nuova Arena

Stentiamo a crederci, e ancora vogliamo pensare che tutto ciò non sia vero. E poi pensateci un attimo: avete visto che fine han fatto i rottamatori? Fa tristezza solo vederli muoversi in Transatlantico come vecchie volpi democristiane. E voi volete fare la stessa cosa? Leggiamo basiti di supermercati, alberghi, bar e ristoranti, persino saune e bagni turchi. Metteteci anche una casetta di piacere (tanto ora che lo realizzerete lo scempio, la Legge Merlin non ci sarà forse più) e siamo apposto. Ma sul serio, cari mercanti del tempio, volete fare di quel santuario delle emozioni, un mercimonio che dai disegni apparsi finora assomiglia più a un ossario che a uno stadio di calcio?

Dite che i tempi cambiano, che bisogna mettervisi al passo; benissimo, politically correct assai fluente; ma non vi balena l’idea che alla maggior parte della gente, questi tempi in fondo non piacciono così tanto. E con tutti i bravi architetti e ingegneri che vivono a Verona, voi bussate alla porta di un messicano? E poi fate gli identitari, magari. Quelli che “difendono la veronesità”! E su dai, non pigliamoci per i fondelli. Una faccenda, quella dello stadio, in cui se gesuiti non se ne vedono e gli euclidei andiamo a cercarli a Londra, finirà per far gola solo a ricchi contrabbandieri macedoni.

Osvaldo Bagnoli

Ma poi, scusate di nuovo, ma che gli dite a Zigo, al vichingo che avete fatto sindaco, e all’Osvaldo dalla Bovisa, che lì la storia l’han scritta? Che gli tirate giù una bella riga, punto a capo? Che gli dite a Roberto Puliero, che di quel catino di emozioni era voce e l’ugola ce l’ha avuta nel cuore gialloblù fino all’ultimo dei suoi giorni? E che gli dite a Marcantonio Bentegodi, uno che nel suo testamento dispose di destinare un quarto delle sue rendite al finanziamento delle discipline sportive moderne in città? Gli dite grazie di tutto, ma ora ci facciamo un bel centro commerciale? Questo gli direte?

Roberto Puliero

No, ditegli solo che non è vero e che il Bentegodi rimarrà lì dov’è, bello, pulito e rinnovato, nel rispetto che si deve a un luogo senza tempo. Come le pietre di Stonehenge, che son lì da chissà quanto, ma ben conservate e più belle che mai. Fate così, e allora di tutto il resto, di tutto il ciarpame chiacchiericcio versato a vanvera in tutti questi mesi non resterà che l’effimero di un brutto sogno. Ve lo perdoneremo. Hasta la vista (al messicano).  

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Lorenzo Fabiano

Sono nato a Verona, dove vivo, nell'ormai (ahimè) lontano 1966; giornalista pubblicista, collaboro con il Corriere del Veneto, Gazzetta dello Sport, Hellas 1903, Distretto Panathlon Italia, Athleta e ovviamente qui su Il Nazionale. Amo soprattutto raccontare vecchie storie di sport. Ho scritto finora sette libri e sto ora lavorando all'ottavo. Altri ne verranno. Detesto urla e fenomeni di turno; la vera rivoluzione nasce dal recupero del buon senso, cosa che questo paese pare aver perso di vista da un po'. Citando Oscar Wilde, "amo parlare di niente, perchè è l'unica cosa di cui so tutto"

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