Dank Ajax!

Il mio fidanzamento col pallone ha una data di anniversario ufficiale: è il 15 giugno del 1974. Avevo allora sette anni e quel campionato del mondo in Germania rimane il primo impresso nella mia memoria.  Non è un caso che il mio amore per il calcio sia nato con una rivoluzione. In tempi in cui quelli più grandi di me la rivoluzione la volevano fare sventolando la bandiera rossa, io ne impugnai una arancione. L’Ajax aveva già alzato tre coppe dei campioni, Johan Cruijff ne era il profeta, il depositario del nuovo testamento immortalato da Sandro Ciotti in un capolavoro sul grande schermo (credo sia quella l’unica volta che mio padre mi portò al cinema).

Johan Cruijff

A quel nuovo corso mancavano i gradi di una squadra nazionale. Quale miglior occasione, se non un campionato del mondo? Il pomeriggio del 1974 l’Olanda debuttò al mondiale al Niedersachsenstadion di Hannover contro l’Uruguay, sulla carta un avversario tutt’altro che accomodante. Reduci dal terzo posto quattro anni prima in Messico, i sudamericani schieravano giocatori di calibro e blasone quali il portiere Ladislao Mazurkiewicz, il fantasista Pedro Rocha, la punta Luis Cubilla. I miei occhi erano però tutti per quel genio illuminista in maglia arancione col numero 14 stampato sulla schiena e i suoi apostoli capelloni: in linea con i tempi, quella squadra era il perfetto remake pallonaro di Jesus Christ Superstar.

In porta stava uno con la maglia gialla numero 8 e due ginocchiere da pallavolista. Obiettivamente era il brutto anatroccolo della truppa, ma uno così non poteva che starti simpatico. Quando anni più tardi scoprii che Jongbloed non era nemmeno un professionista e faceva il tabaccaio, divenne a suo modo un’icona nel mio immaginifico mondo del pallone. E poi quella difesa con la falcata di Suurbier, la solida tecnica di Haan, il biondo e roccioso Rijsbergen, la leggiadra eleganza di Krol; il centrocampo sorretto dall’operaio Jansen, la corrente inarrestabile  di Neeskens e Van Hanegem, e ovviamente ‘Johan Lui’, il profeta che diramava le nuove tavole della legge; l’attacco composto dalla verve di Rensenbrink e Rep. A guidarli in panchina, un romantico visionario come Rinus Michels.

La rivoluzione si materializzò subito davanti ai miei giovani occhi abbagliati da tanta bellezza e tanto fulgore. Gli olandesi erano ovunque, occupavano a fisarmonica tutte le zone del campo: fu stupefacente vedere le ali trasformarsi in terzini, e i terzini in ali. Quando l’iniziativa (si fa per dire…) l’avevano gli uruguagi, gli arancioni avanzavano anziché arretrare, li accerchiavano fino a carpirgli palla e metterne regolarmente in fuorigioco cinque o sei. I sudamericani non ci capirono nulla; camminavano per il prato, facili prede degli olandesi che li assalivano da tutti i lati a rullo di tamburo. Finì 2-0 con le reti di Suurbier e Rep. Ma il punteggio poteva essere molto più severo. Rocha e compagni finirono infilzati come Custer a Little Big Horn. L’Uruguay affondò nel mare arancione.

Ma quella partita fu molto di più. Fu lo spartiacque tra il vecchio e il nuovo mondo del calcio. Dopo quella rivoluzione, nulla fu più come prima. Ne facemmo le spese pure noi italiani, che a quel mondiale non capimmo che i tempi erano cambiati. L’Ajax e il calcio olandese furono l’Isola di Wight, furono il ruggito di Joe Cocker sul palco di Woodstock. Furono rottura dell’Ancient Regime, furono un grido di ribellione contro gli schemi prestabiliti e un balzo di libertà oltre gli steccati. Ma più di ogni altra cosa, furono soprattutto uno straordinario manifesto di gioventù. L’Olanda non vinse quel mondiale. Ed è una ferita mai rimarginata. La ritengo infatti ancora oggi un’ingiustizia pari a quella subita dai maestri magiari nel 1954. Di mezzo anche allora c’erano i tedeschi… tant’è.

A distanza di tanti anni, vedere i baldi giovanotti dell’Ajax demolire la supponenza del Real Madrid è stato qualcosa che ha acceso dentro di me il motore della nostalgia. Mi ha ridato però anche il piacere di un ritrovato entusiasmo. Se le idee possono ancora vincere contro i dollari, significa che forse questo calcio malato e tanto maltrattato, qualche speranza di guarire può ancora averla. Dank Ajax!

La festa dei giocatori dell’Ajax dopo il successo sul Real Madrid

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Lorenzo Fabiano

Sono nato a Verona, dove vivo, nell'ormai (ahimè) lontano 1966; giornalista pubblicista, collaboro con il Corriere del Veneto, Gazzetta dello Sport, Hellas 1903, TuttoHellasVerona.it, Athleta e ovviamente qui su Il Nazionale. Amo soprattutto raccontare vecchie storie di sport. Ho scritto finora sei libri e sto ora lavorando al settimo. Altri ne verranno. Detesto urla e fenomeni di turno; la vera rivoluzione nasce dal recupero del buon senso, cosa che questo paese pare aver perso di vista da un po'. Citando Oscar Wilde, "amo parlare di niente, perchè è l'unica cosa di cui so tutto"

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