Di Carlo-Diaz e il Chievo sulla linea del Po

À la guerre comme à al guerre. Non dovrà guardare in faccia a nessuno il Chievo nella rincorsa verso la salvezza. Per quanto giustamente s’intenda ridimensionare quel che potrà essere l’impatto del match contro la Spal e la relativa pressione, domenica prossima Radovanovic e compagni avranno di fronte un’altra battaglia delicata. Una sfida il cui esito potrà alimentare le prospettive future, sia sul piano psicologico che strategico.

In un mese Mimmo Di Carlo ha cambiato il volto a un gruppo ereditato come sfilacciato e impaurito e lo ha trasformato in fiducioso, compatto e sorridente. Ha rianimato – se non entusiasmato – un ambiente moralmente a terra e rassegnato al peggio. In quattro settimane la sua iniezione di passione unita a un sano pragmatismo ha avuto il pregio di bloccare quella “ritirata” psicologica che giornata dopo giornata stava compromettendo in maniera irreversibile una stagione iniziata male e proseguita peggio.

Da Caporetto al Piave

La débâcle casalinga contro l’Atalanta dello scorso ottobre ha segnato come forse nessun altra gara il mondo gialloblù. Una pesantissima Caporetto che ha preoccupato come mai era accaduto nella storia del sodalizio di Luca Campedelli. Un uno a cinque disarmante che ha segnato l’avvio dell’infelice e breve percorso di Gian Piero Ventura sulla panchina del Chievo.

Un mese dopo quell’angosciante pomeriggio sportivo, dalle parti di Veronello è avvenuto qualcosa per certi versi di analogo a quanto stava accadendo non troppo lontano da Verona nello stesso periodo un secolo fa. Per quanto imparagonabile sul piano umano se non a livello metaforico, esattamente cent’un anni si stava vivendo un autunno carico di sofferenza. Sul fronte della Prima guerra mondiale, la drammatica ritirata fino al Piave chiudeva una fase tremenda del conflitto. L’aria di una sconfitta definitiva avrebbe generato un clamoroso avvicendamento in seno al comando supremo del Regio Esercito tra i generali Cadorna e Diaz. Un po’, ci concediamo l’analogia, com’è avvenuto in via Galvani poche settimane fa sulla panchina del club della Diga.

Generale Di Carlo

Armando Diaz

Congedato un Ventura autoritario e rigoroso, se vogliamo alla stregua di Luigi Cadorna, la responsabilità tecnica del Chievo è passata a Di Carlo. Al nuovo mister sono bastati pochi giorni per marcare la propria filosofia e trasferirla a chi ha trovato intorno a lui in questa terza esperienza veronese. Autorevole, empatico, aggregante, vicino ai suoi uomini, ai collaboratori e ai supporter del club, l’allenatore ha avuto la sensibilità – ricambiata – di toccare le leve giuste. Con la consapevolezza di chi sa che, per ripartire, occorre fin da subito assestare la squadra attraverso una serie di risultati positivi. Con un nuovo fronte compatto, per usare il linguaggio bellico.

A suo modo Mimmo si sta comportando come l’Armando Diaz della situazione. L’ufficiale simbolo della vittoria del 1918, oltre alla più efficace disposizione della sua “squadra” sul piano tattico, mostrò grandi attenzioni sul piano dei rapporti umani con i propri soldati. Conscio che, in quel frangente, fosse una chiave importante per far svoltare il conflitto. E non sbagliava.

Tre punti d’oro

Come sappiamo, Diaz riuscì nell’impresa. Ricompattò un esercito in difficoltà conducendolo alla vittoria contro ogni pronostico. Sul piano strategico, la chiave fondamentale fu l’iniziale ripiegamento difensivo sulla linea del Piave successivo alla ritirata di Caporetto. Il punto di partenza della controffensiva partì da lì. Da una prima fase di assestamento in cui fu prioritario consolidare le posizioni e contestualmente  alimentare il morale.

Il Mister e i suoi uomini sono nella stessa fase iniziale da cui partì il riscatto italiano nella Grande Guerra. Dal suo arrivo, il tecnico si è immediatamente affidato ai suoi graduati per puntellare i punti di forza. Attraverso personalità come Pellissier, Sorrentino, Cesar e Hetemaj ha riacceso la luce nello spogliatoio. Partito da quota zero in classifica, i tre pareggi con Napoli, Lazio e Parma hanno avuto il significato di far riemergere qualità e speranze. Il Chievo ha difeso con ordine la propria linea difensiva per poter acquisire la consapevolezza di possedere i mezzi tecnici e psicologici per avviare la controffensiva. Si è attestato sulla propria linea del Piave. Parola d’ordine: da qui non si passa.

Giak, chi gioca?

Fuor di metafora, il percorso d’acqua che il Chievo dovrà difendere e proverà ad attraversare domenica prossima si chiama Po. Poco probabile che per i gialloblù possa mormorare placidamente come avvenne nel caso del fiume veneto attraversato dai fanti nella celebre canzone di Giovanni Ermete Gaeta. In questa complicata battaglia calcistica a Ferrara, oltre a controllare gli spazi, inevitabilmente occorrerà anche osare.

Contro la Spal di Semplici, oggi lontana quattro vittorie dal Chievo, serviranno la stessa coesione e l’approccio apprezzato nelle ultime uscite. Ritrovata la solidità nel pacchetto arretrato (al Tardini il gol subito è arrivato da un calcio piazzato imparabile, al di là della ingenua concessione della punizione, unico neo della gara di Bani), rianimata la verve offensiva degli attaccanti, al Mazza ai gialloblù servirà anche la creatività dei suoi interpreti più dotati. Con un Birsa in crescita e un Kiyine scalpitante, il completo recupero fisico di Giaccherini potrebbe diventare un fattore importante e, in fin dei conti, un possibile dubbio negli undici da scegliere da Mimmo-Diaz.

 

(Foto ACChievoVerona/Udali)

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Paolo Sacchi

Nato a Genova, ha scoperto quasi subito che le Scienze Politiche non facevano per lui. Viaggiatore e calciofilo, già ufficio stampa, come giornalista collabora con diverse testate cartacee, web e radiofoniche e da anni racconta dal vivo in diretta alla radio le partite del ChievoVerona. Esperto di turismo e di sport britannici, è felice di dover rifare spesso il suo bagaglio a mano.

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