Hellas-Genoa sette a uno

Sette a uno. Nelle ultime diciannove partite alla guida del Genoa, somma di due dei tre periodi alla guida del Grifone, la squadra guidata Ivan Jurić era uscita dal campo vincitrice in un’unica occasione. Era avvenuto il 15 ottobre 2017: un gol di Luca Rigoni al Cagliari aveva regalato agli ospiti i tre punti che sarebbero stati gli ultimi conquistati in una singola gara della sua carriera in rossoblù, chiusa con l’ultimo atto nel corso della passata stagione. Dopo di allora, solo sconfitte e pareggi.

Arrivato all’Hellas Verona in estate, circondato da un certo scetticismo, il tecnico croato in sei mesi ha zittito tutti: sia i frettolosi nostalgici di Aglietti ma anche e soprattutto i detrattori che popolavano le tribune di Marassi. Quelli che, nel luglio scorso, festeggiavano la sua partenza verso il Veneto insieme a Gűnter, Lazović e Veloso, giudicati inadatti al Genoa che sarebbe stato costruito di lì a breve.

Sette vittorie all’attivo in diciotto gare alla guida dei gialloblù sono solo una parte del biglietto da visita del tecnico croato. Il vero successo è nel carattere e nella qualità di gioco espressa da una compagine che poggia sulla sua capacità di valorizzare una serie di elementi intercettati nel corso del mercato estivo e poco conosciuti perfino dagli addetti ai lavori ma anche dalla rigenerazione proprio dei giocatori che aveva avuto alle sue dipendenze al Genoa.

Il 2-1 alla sua amata ex squadra ha confermato la salute dell’undici dell’allenatore spalatino dopo il 2-0 assestato alla Spal la settimana scorsa. Non certo una rivincita su chi non aveva creduto nelle sue capacità ma piuttosto la conferma che il suo percorso con la formazione di Setti procede spedito. Domenica sera sul piano tattico, organizzativo e mentale tra i rossoblù di Davide Nicola e Zaccagni e soci più che di differenza si potrebbe parlare di voragine. Genoa stordito sul piano del ritmo e dell’aggressività, timoroso e a tratti sfilacciato, in balia degli avversari a centrocampo a prescindere dal curriculum dei giocatori schierati e con lo score del tabellino tenuto su dimensioni accettabili solo dalle parate di Perin.

Cambio di passo

La domanda che nasce spontanea oggi è banale. Al netto degli errori e di una maturazione sul piano professionale, cosa è cambiato nel frattempo tanto da trasformare il rendimento delle due rispettive squadre allenate da Jurić? Una clamorosa metamorfosi o semplicemente una di quelle situazioni in cui il calcio, come la vita, a volte dà ed altre toglie, anche a chi é bravo. A noi pare la seconda la risposta più corretta, a partire da una premessa d’obbligo: già a Crotone aveva dimostrato di avere attributi e doti superiori alla media. A Verona il salto di qualità é conclamato, derivato in parte dall’alchimia generata dalle componenti . La compattezza che ha ottenuto sia sul piano dello spogliatoio che nella capacità di farsi seguire dai giocatori – la fascia da capitano a Miguel Veloso è un segnale evidente – è arrivata anche grazie al suo approccio senza fronzoli con l’ambiente. La personalità di Jurić non si discute: ha saputo gestire la prima fase con la sicurezza di chi ha idee chiare e sopratutto é sostenuto dal club che lo ha scelto.

 A Genova è andata male a prescindere dalle sue doti. Un po’ per il legame con la società che si è rivelato più un impiccio che un vantaggio, un po’ perchè, sulla sua pelle, ha compreso che il credito maturato da calciatore con il tempo tende a essere dimenticato dai tifosi che, come ovunque, alzano costantemente l’asticella. Come in tutte le grandi piazze, anche a Genova il mitizzato tifo della curva – vale a ogni latitudine In Italia – ha fatto poi la differenza in negativo: quando i risultati stentano, ecco lo tsunami della critica. Mentre si blandiscono i sostenitori parlando di dodicesimo uomo, tre sconfitte possono trasformare e snaturare ogni tipo di rapporto, moltiplicando la pressione in maniera tale da trasformarsi in zavorra più che stimolo. Un cortocircuito che a Genova ha trasformato un percorso potenzialmente di lancio in brusca frenata finendo per fare, proprio lui, un guerriero, paradossalmente da parafulmine. Ormai ė acqua passata: l’allievo di Gasperini è finalmente ad un passo dalla laurea. Proprio come il suo maestro, lontano dal mar Ligure.

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Paolo Sacchi

Nato a Genova, ha scoperto quasi subito che le Scienze Politiche non facevano per lui. Viaggiatore e calciofilo, già ufficio stampa, come giornalista collabora con diverse testate cartacee, web e radiofoniche e da anni racconta dal vivo in diretta alla radio le partite del ChievoVerona. Esperto di turismo e di sport britannici, è felice di dover rifare spesso il suo bagaglio a mano.

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