Il mondiale del rimpianto

Pedersen

Il giorno dopo è semmai peggio di ieri: più ci pensi e più ti girano. Un mondiale omerico, un’odissea di resistenza contro le intemperie e le inclemenze degli dei del pedale, si era fatto per noi tascabile: l’arrivo che sul rettilineo in leggera pendenza di Harrogate metteva uno di fronte all’altro il nostro Trentin, lo svizzero Kung e il danese Pedersen, pareva dovesse essere una formalità; l’azzurro di Borgo Valsugana, dei tre era per caratteristiche il più veloce e la vittoria ce l’aveva in tasca. Quando però lo abbiamo visto anticipare i tempi e ingranare un rapporto impossibile, i peggiori pensieri ci sono saliti alla mente e al cuore, fino alla rabbia per la beffa finale: vittoria al danese Pedersen, gran gara la sua (va detto infatti che è stato lui a infiammare la corsa nella fase saliente e avviare la fuga decisiva); secondo Matteo Trentin per il più indigesto degli argenti, terzo lo svizzero Kung con le energie al lumicino. Trentin poteva solo perderla quella volata, e l’ha persa; vuoi per stanchezza, vuoi per un grave errore tattico e di valutazione, ma alla fine l’ha persa.

Ed è un vero peccato, perchè l’occasione era ghiottissima: non vinciamo un mondiale dal 2008 quando a Varese fu Ballan a sfrecciare davanti a tutti, Damiano Cunego compreso. Poi basta. Vero che gli dei non ci hanno detto bene (ricordate lo scivolone di Nibali ai giochi di Rio?), vero che tutti questi campioni oltre a Vincenzo Nibali in questi anni non li abbiamo sfornati, ma da allora siamo all’asciutto. Al mondiale fradicio dello Yorkshire, partivamo a fari spenti; una volta tanto, si diceva, saremmo stati noi, sin troppo generosi in passato, a stare a ruota per sfruttare il lavoro degli altri e agire in contropiede. Senza Nibali, abbiamo puntato sul collettivo; si è vista una squadra armoniosa, tatticamente perfetta, e ben gestita nelle scelte da Davide Cassani.

Hennie Kuiper nel 1975 ad Yvoir

In più, le cose si erano messe davvero bene, quando abbiamo visto nello stupore la corazzata belga autoflagellarsi, manco fosse diretta in ammiraglia da Van Tafazzen. Gilbert che cadeva, l’astro Remco Evenepoel che si sacrificava e lo aspettava; davanti, Greg Van Avermaet che, anzichè facilitare il ricongiungimento, si metteva a tirare con i suoi ammutinati per farne fuori due in sol colpo. Mossa da killeraggio di professione che ci ha ricordato il mondiale del 1975 a Yvoir, quando pur di non far vincere De Vlaeminck, i suoi compagni (Maertens in testa) dettero via libera all’olandese Hennie Kuiper. La storia del ciclismo, si sa, è infarcita di coltellate a tradimento; in Inghilterra ne ha scritto un nuovo capitolo. I veri sconfitti della campagna di Yorkshire sono loro, i belgi favoriti alla vigilia.

Poi il finale, emozionante, palpitante, un colpo di scena dietro l’altro sotto il diluvio incessante: Moscon davanti con Trentin, Pedersen, Kung, e soprattutto Mathieu Van Der Poel, a quel punto il favorito numero uno. Sembrava dovesse essere una partita tra il giovane olandese e Trentin, ma quando meno ce lo si poteva aspettare, il nipotino di Raymond Poulidor è letteralmente crollato; all’improvviso gli si è spenta la luce, e nel suo serbatoio non è rimasta più nemmeno una goccia di riserva. Il mondiale non è una gara come le altre, ma una faccenda a sé stante, molto più intricata e rognosa; la distanza innanzitutto, poi la chiave tattica di difficile lettura, e infine la tensione che ti attanaglia i muscoli: Van Der Poel lo ha sperimentato su se stesso in un baleno. Una dura lezione che gli servirà per un futuro che pare già scritto.

Nurburgring 1978: Knetemann beffa Moser

I gradi di grande favorito, passavano così sugli spalloni di Matteo Trentin. Certo, la perdita di Gianni Moscon, non lo ha aiutato, ma la maglia iridata dipendeva solo da lui: doveva solo andarsela a prendere. E invece si è tradito con le sue stesse mani, sbagliando tutto quello che c’era da sbagliare negli ultimi 250 metri. Partenza troppo lunga, rapporto troppo duro: Trentin si è letteralmente piantato nei legni inzuppati di acido lattico. Via libera a Pedersen. Abbiamo rivisto gli spettri del Nurburgring quando nel 1978 fu Francesco Moser a commettere lo stesso errore e farsi così infinocchiare dall’occhialuto Gerry Knetemann. Oppure i fantasmi del Montello nel 1985, quando un altro olandese, Joop Zoetemelk, colse di sorpresa un favoritissimo Moreno Argentin.

La delusione di Matteo Trentin all’arrivo

Sensazioni bruttissime che abbiamo così rivissuto a distanza di anni. Complimenti sinceri a Pedersen, che ha fatto davvero una gran corsa, ma la sensazione è che più che averlo vinto lui, questo campionato del mondo lo abbiamo perso noi, quando già ne sentivamo il profumo e mancava giusto tanto così per coglierne il frutto. Ed è questo a far più male. Peccato davvero.

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Lorenzo Fabiano

Sono nato a Verona, dove vivo, nell'ormai (ahimè) lontano 1966; giornalista pubblicista, collaboro con il Corriere del Veneto, Gazzetta dello Sport, Hellas 1903, TuttoHellasVerona.it, Athleta e ovviamente qui su Il Nazionale. Amo soprattutto raccontare vecchie storie di sport. Ho scritto finora sei libri e sto ora lavorando al settimo. Altri ne verranno. Detesto urla e fenomeni di turno; la vera rivoluzione nasce dal recupero del buon senso, cosa che questo paese pare aver perso di vista da un po'. Citando Oscar Wilde, "amo parlare di niente, perchè è l'unica cosa di cui so tutto"

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