Il ritratto di Dorian Gray

Repetita non iuvant. A conti fatti, il sabato pomeriggio di Cittadella ha invece proprio tutti i connotati di una storia che si ripete: palle ferme sul campo e palle che girano in gradinata. Due anni fa beccammo cinque pappine su sviluppi da calci piazzati, sul naufragio di sabato pesano come macigni due gol su tre scaturiti ancora una volta da palle ferme. E così finisce che le palle girano, come succedeva ai francesi quando sulle strade del Tour Gino Bartali gli faceva ingoiare la polvere. Uscire dal Tombolato cazziati e mazziati è in tutta evidenza uno dei tanti karma che l’Hellas Verona si porta sul groppone. Ma c’è di più, molto di più.

Nel calcio si vince e si perde tutti, dai vertici del club fino ai magazzinieri. Nessuno escluso. Delle responsabilità di una società, bravissima a decidere di non decidere, abbiamo recentemente scritto; le partite le fanno però i giocatori. Se una squadra, anziché metterle in campo, le uova se le fa regolarmente strapazzare in padella, citando il grande Ennio Flaiano significa che la situazione è grave, ma non è seria. Eh già, perché ciò che qui emerge è che al di là della facciata più di qualcuno il proprio dovere fino in fondo non lo fa. Sentire certi piagnistei dei protagonisti, al termine di prestazioni che sforano il limite della decenza, sa di lacrime di coccodrillo, se non di paraculismo spinto. Ringraziamenti sentiti, ci venisse risparmiato.

Alfredo Aglietti

Chiamato in extremis al capezzale del grande malato, il povero Alfredo Aglietti poco poteva fare e poco ha fatto. Anzi, le cose se possibile sono andate fin peggio. Il Verona è una squadra che dentro pare non aver più nulla. Svuotata, inerme, sfiduciata e depressa. Per provare a rivitalizzarla Alfredone ci ha messo mano, forse l’ha sin troppo calcata, se pensiamo alle sciagure esibite dalla rivoluzione apportata al pacchetto arretrato. In attacco ha proposto dal primo minuto la coppia della discordia, il tormentone a firma Pazzini-Di Carmine; Fabio Grosso lo aveva già fatto a novembre a Brescia. Un flop ieri, un flop oggi. L’aggravante è il sacrificio di Matos, l’unico nel mazzo in possesso del guizzo buono. Che i due s-punteros messi uno di fianco all’altro, più che pestarsi i piedi a vicenda non facciano, è evidente. Non si cercano, non dialogano, occupano lo stesso spazio ristretto: la poltrona non è per due. Se serviva una prova del teorema sull’inconciliabilità, il severo verdetto del Tombolato è quanto mai eloquente. Almeno questo lo abbiamo capito.

Di un Verona così mal ridotto, stupisce più di ogni altra cosa lo stato comatoso della condizione psicofisica: nel momento decisivo dell’intera stagione, in campo scende una squadra con le idee annebbiate, il fiatone in gola e le gambe molli. Il peggio del peggio. Partito ad agosto con i favori del pronostico e allora dipinto come uno degli organici più competitivi e ben assortiti di tutta serie B (e ci riferiamo, sia chiaro, soprattutto alla stampa e ai media nazionali. Carta canta: basta andare a ritroso a rileggersele le cose), il Verona oggi non avrebbe accesso nemmeno alla porta di servizio degli spareggi.

Finisse così, ci troveremmo dinanzi a un disastro su tutti i fronti. Sabato pomeriggio arriva il Foggia, che senza la penalizzazione, sarebbe salvo da un pezzo. Per noi rappresenta l’ultima chiamata per salire almeno sul convoglio dei playoff, obiettivo da minimo sindacale la scorsa estate; per loro il giorno della sopravvivenza. Salvare almeno la faccia. E che lo specchio, la mattina non si trasformi nel ritratto di Dorian Gray. Chiediamo troppo?

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Lorenzo Fabiano

Sono nato a Verona, dove vivo, nell'ormai (ahimè) lontano 1966; giornalista pubblicista, collaboro con il Corriere del Veneto, Gazzetta dello Sport, Hellas 1903, TuttoHellasVerona.it, Athleta e ovviamente qui su Il Nazionale. Amo soprattutto raccontare vecchie storie di sport. Ho scritto finora sei libri e sto ora lavorando al settimo. Altri ne verranno. Detesto urla e fenomeni di turno; la vera rivoluzione nasce dal recupero del buon senso, cosa che questo paese pare aver perso di vista da un po'. Citando Oscar Wilde, "amo parlare di niente, perchè è l'unica cosa di cui so tutto"

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