Il senso della misura di Ardiles e Villa

L’hanno rifatto.  Dopo la gara contro l’Albania, anche al termine della sfida contro la Francia i calciatori della nazionale turca si sono rivolti al pubblico salutandolo militarmente. Un messaggio chiaro, a sostegno dell’esercito di Erdogan impegnato in operazioni militari in Siria. Per quanto il calcio sia stato, fin dagli anni ruggenti, strumento di propaganda nazionalistica, se è vero che singoli o gruppi di atleti si siano talvolta esibiti in gesti a sfondo politico, mai era accaduto che una squadra intera sostenesse in maniera così eclatante il proprio Paese impegnato in un conflitto armato, nella fattispecie di aggressione.

Che Çalhanoğlu e compagni abbiano agito per convinzione, opportunismo, ideologia, emulazione, imposizione o richiesta è impossibile saperlo. Solo i singoli protagonisti di un gesto così discutibile, intimamente, conoscono la verità del perché, dopo una partita di calcio, hanno sentito la necessità di esibirsi in un gesto a sostegno di chi va ad uccidere altri esseri umani. Che sia per libera interpretazione o meno, il dubbio è che il tutto possa essere stato anche influenzato da un esibizionismo figlio dei tempi.

Per intenderci: nel 1982, in occasione di un’altra guerra d’aggressione, si preferì il basso profilo in un contesto che, peraltro, generò ripercussioni dirette su uno dei più celebri giocatori dell’epoca.

Le Falklands e Ardiles

Il 2 aprile 1982 il generale Galtieri gioca la carta della disperazione. Ad una nazione stanca se non stravolta da una sanguinaria dittatura militare, il presidente dell’Argentina lancia l’osso del nazionalismo d’accatto: la Giunta militare decide di rivendicare al Regno Unito le isole Falklands, sperduto arcipelago al largo della costa orientale del Sud America. E trascina così in guerra un Paese con ben altre necessità.

Ardiles (a sinistra) con Villa e Burkinshaw

Nel 1982 nel Tottenham brillano due argentini. Ricky Villa è geniale e sregolato ma dalla nazionale resta fuori, chiuso da grandissimi campioni. Osvaldo Ardiles è un regista coi fiocchi che il posto con la Selecciòn se lo tiene ben stretto da anni. Alla vigilia di Spagna ‘82, “Ossie”, come è stato ribattezzato a White Hart Lane, finisce al centro della pressione sportiva e mediatica. Mentre nell’Atlantico si affilano le armi, a Buenos Aires iniziano i preparativi di Maradona e soci in vista del ritiro premondiale.

La tensione aumenta giorno dopo giorno, parallelamente all’esplosione del conflitto: stampa e tv esaminano ogni sua dichiarazione per provare a strumentalizzarla politicamente. In mezzo al tritacarne ci finisce il piccolo argentino, legato affettivamente al proprio paese natale – un cugino è nell’aviazione – quanto a quello che lo ha adottato, sia sul piano calcistico che umano.

Nel contempo i tifosi degli Spurs – a cui ricambia l’affetto – lo coccolano e lo invitano a restare a Londra. Dopo la semifinale di Coppa d’Inghilterra contro il Leicester al Villa Park, disputata giusto il giorno successivo l’invasione di quelle isole che chiamano Malvinas, con i Royal Marines mobilitati e pronti a lanciare la controffensiva, un tormentato Ardiles decide di prendere il volo per Ezeiza. Torna in Argentina ma non è una scelta di campo. Piuttosto una necessità professionale al fine di raggiungere la compagine di Menotti. Lo fa capire continuamente, camminando sui carboni ardenti di affermazioni che la Giunta militare non disdegnerebbe più negative nei confronti della Gran Bretagna.

Dalla guerra lui comunque vuole star fuori, proprio come Villa, che resta a Londra e continua a giocare senza problemi. Il conflitto interiore non ruba la dignità di chi non si concede alla propaganda. Ardiles e Villa hanno corso il rischio di scontentare tutti: l’integrità e il restare fuori dalle strumentalizzazioni valgono a entrambi la stima, se non di tutti (contro i becerume ogni battaglia è persa a prescindere, accadeva anche in assenza dei social) quantomeno di molti, in patria e in Inghilterra. A fine guerra, per dire, Ardiles sarà riaccolto a braccia aperta a Londra, dove tornerà per trascorrere un altro decennio della sua carriera sportiva.

Altri tempi, si dirà. Oggi viviamo nell’epoca in cui, Umberto Eco docet, con la rete a portata di mano, milioni di persone sentono la necessità di esprimere la propria opinione a prescindere dalla competenza e dal merito, stimolati da un’altra necessità, indotta, di visibilità personale. Un cambio di approccio che ha stravolto alcuni canoni comportamentali. Col risultato che, chissà, dietro il saluto militare dei calciatori turchi non ci sia anche un senso della misura rivisitato, figlio dei tempi.

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Paolo Sacchi

Nato a Genova, ha scoperto quasi subito che le Scienze Politiche non facevano per lui. Viaggiatore e calciofilo, già ufficio stampa, come giornalista collabora con diverse testate cartacee, web e radiofoniche e da anni racconta dal vivo in diretta alla radio le partite del ChievoVerona. Esperto di turismo e di sport britannici, è felice di dover rifare spesso il suo bagaglio a mano.

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