Incontro con Luigi Fresco, ultimo baluardo di un calcio antico

Un’intervista nello spogliatoio, non l’avevamo mai fatta prima. Ma se il nostro interlocutore è un uomo come Luigi Fresco, allora lo spogliatoio è il posto giusto, perché il suo ombelico del mondo sta proprio lì dentro. Caso più unico che raro nel mondo del calcio, dal 1982 Fresco è al timone della Virtus Verona nella doppia veste di allenatore e presidente. Lo stesso fece in passato tal Benito Fornaciari numero uno alla scrivania e in panchina del glorioso Borgorosso Football Club. Tanta era la sua focosa passione che arrivò ad ingaggiare nientedimeno che Omar Sivori. La differenza non è che un dettaglio: Il Presidente del Borgorosso Football Club è una memorabile pellicola del 1970 in cui Fornaciari era interpretato da Alberto Sordi. Pura fantasia, che il cuore scalda. Ma dal 1982 ad oggi quello cui assistiamo in Borgo Venezia è invece tutto vero. E il cuore ce lo scalda pure questo.

“Comandante”, “Boss”, “Mister”, “Pres”: non fatela tanto lunga e chiamatelo semplicemente “Gigi” (così fanno pure i suoi giocatori). Lo hanno paragonato a Sir Alex Ferguson (27 anni sulla panchina del Manchester United), Arsene Wenger (22 su quella dell’Arsenal), o Guy Roux (44 anni alla guida dell’Auxerre): «Attualmente sono il quarto allenatore al mondo con più anni sulla stessa panchina: al primo posto c’è Guy Roux, al secondo e al terzo Willie Maley e Jack Addenbrooke, rispettivamente alla guida del Celtic e del Wolverhampton a cavallo tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Poi ci sono io. Se invece parliamo della doppia veste di allenatore e presidente, beh…in questo caso il record è mio. Ricopro il doppio ruolo da 37 anni. Siamo partiti dalla terza categoria, ho vinto sette campionati. Siamo in serie C, e sono convinto che ci rimarremo» rivendica Fresco con un certo orgoglio.

57 anni, laurea in pedagogia, dirigente scolastico al mattino, totem del piccolo pianeta Virtus per il resto della giornata fino a notte tra una telefonata e l’altra. Lui è una Duracell che mostra solo il segno +.  Fa praticamente tutto: allenatore, dirigente, si occupa del mercato, trova gli sponsor, segue di persona ogni lavoro o lavoretto che sia (pure la tinta sui muri degli spogliatoi), gestisce la polisportiva e la Onlus impegnata nel sociale attraverso l’integrazione dei migranti: «Mia mamma Rina ha 83 anni e mi fa da segretaria. Al mattino lavoro a scuola a San Pietro di Lavagno dove sono direttore amministrativo. Il resto della giornata me lo riempie il mondo Virtus. L’aspetto umano è per me fondamentale. Diciamo che sono stato bravo a circondarmi di validi collaboratori sul campo e in ufficio. Quanto alla Onlus, nella mia vita ho sempre pensato a chi soffre. La prefettura mi chiese di prendere i ragazzi che volevano giocare a calcio. Ne portai qui dodici. Tra questi c’era Sibi, uno dei nostri portieri, arrivato dal Gambia. La sua è una storia incredibile. Sbarcato a Lampedusa, arrivò a Costagrande. Ce lo segnalarono, è oggi è professionista in serie C. C’è poi N’Ze, difensore centrale: lui è originario del Ghana».

Sono in molti a chiedersi come una piccola realtà di quartiere come la Virtus, possa sostenere i costi del professionismo. Ecco allora la spiegazione: «Possiamo contare su una decina di sponsor importanti, una ventina di medi e una cinquantina di piccoli. Il contributo della Figc si aggira tra i 500.000 e gli 800.000 euro.  Oltre a tutto ciò facciamo leva sui ricavi della nostra polisportiva». Istrionico, carismatico, avvolgente: la Virtus è il suo mondo, la famiglia di cui non è padrone, ma padre. La cena del giovedì sera con la squadra al Ranch Rocce Rosse è un appuntamento fisso, le convocazioni non le stila («A che servono? Sono inutili, visto che i giocatori in rosa sono tutti a disposizione» dice), dai suoi ragazzi si fa chiamare “Gigi“, altro che Mister: «Io i mei giocatori vorrei mandarli in campo tutti. Mi piange il cuore che metà degli eroi della promozione non sia più con noi. Da quarant’anni portiamo tutte le nostre squadre in ritiro, da ventidue andiamo a Fiera di Primiero. I viaggi sono una nostra tradizione: siamo stati a Cuba, in California e Messico, a New York. Lo scorso campionato attraversammo un momento di difficoltà: andammo a Praga, visitammo Dachau e quella fu un’esperienza emotivamente molto forte. Al rientro vincemmo sette partite di fila. Per quest’anno ancora non so. Vediamo se a Pasqua riusciamo ad organizzare qualcosa».

La sosta impone un primo bilancio al giro di boa: «Se penso ai programmi estivi posso dire di essere contento, ma se penso invece a come eravamo partiti in campionato sono contentissimo. Abbiamo pagato dazio all’inesperienza, alla sfortuna e a qualche arbitraggio infelice. Credo potremmo avere dieci punti in più. Detto questo, sono soddisfatto di quanto i ragazzi stanno facendo. Alla ripresa ci attende un ciclo difficile, andiamo subito in trasferta a Monza, dove troveremo una squadra forte e totalmente rinnovata. Poi ce la vedremo con tutte le migliori del lotto. Ce la giocheremo alla pari, come del resto abbiamo sempre fatto. Nel girone di ritorno spero di fare 22 o 25 punti. Io sono convinto che ci salveremo»Gennaio è il mese del mercato di riparazione: «È arrivato un difensore duttile come Manfrin. Cerchiamo un altro difensore, un centrocampista e una punta (per l’attacco la trattativa è avviata con il ventinovenne ariete albanese Edgar Cani, un tipetto tosto che ha giocato pure in serie A vestendo le maglie di Palermo e Catania, ndr)».

Per quanto sì è visto in questa prima metà di stagione, la salvezza è difficile ma assolutamente alla portata. Senza dimenticare che il calcio malato di oggi può sempre aprire la porta di servizio attraverso i ripescaggi: «Sì è vero, se ne parla già. Ma io voglio salvarmi sul campo. E ce la faremo» asserisce il Gigi. Un commento sulle polemiche relative alla finale di Supercoppa Italiana a Doha, dove in pratica le donne vedranno la partita ghettizzate. Giusto giocare o forse si poteva fare diversamente? Fresco al solito ha le idee chiare: «Verrebbe da dire di no. Ma questa partita ha portato alla luce la questione, mettendo in imbarazzo il regime. Giocare è giusto per la popolazione.  Con i fari puntati addosso, il regime si trova con le spalle al muro e sotto i riflettori del mondo è ora obbligato a fare dei passi in avanti e aprirsi. Da noi, la cosa ha messo persino d’accordo due donne agli antipodi come Meloni e Boldrini. Faccia lei…»

L’augurio finale per il 2019 riserva una bella stilettata: «A tutta la gente della Virtus auguro la salvezza. Per quanto riguarda il calcio, mi auguro che possano andare avanti le società che si comportano in modo onesto, e che vengano escluse dai campionati quelle che non rispettano le regole. Quanto è successo la scorsa estate, con il calcio in balia dei tribunali, non deve più accadere». Parola del Gigi, sognatore e visionario finché volete, ma baluardo di un mondo del pallone tanto pulito quanto romantico. E poi noi di gente così ne vorremmo sempre incontrare…

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Lorenzo Fabiano

Sono nato a Verona, dove vivo, nell'ormai (ahimè) lontano 1966; giornalista pubblicista, collaboro con il Corriere del Veneto, Gazzetta dello Sport, Hellas 1903, TuttoHellasVerona.it, Athleta e ovviamente qui su Il Nazionale. Amo soprattutto raccontare vecchie storie di sport. Ho scritto finora sei libri e sto ora lavorando al settimo. Altri ne verranno. Detesto urla e fenomeni di turno; la vera rivoluzione nasce dal recupero del buon senso, cosa che questo paese pare aver perso di vista da un po'. Citando Oscar Wilde, "amo parlare di niente, perchè è l'unica cosa di cui so tutto"

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