La Virtus, Rosso e il Vicenza che fu

Marco Tullio Cicerone non aveva dubbi: «La virtus – intesa come virtù – garantisce la felicità». Una filosofia di vita che tuttavia necessitava di un particolare non secondario. «Tale stato d’animo non è raggiungibile da qualsiasi essere umano, in quanto i vitia, i moti turbolenti dell’anima, sono facilmente perseguibili. Solo il sapiente, dotato di razionalità assoluta, può disporre della virtù e allontanarsi dalle passioni e dalle paure.»

La virtù di Gigi

Dopo aver osservato il “derby” tra le due Virtus del girone B della serie C, ci sarebbe da attingere a piene mani dalle parole del politico e filosofo dell’Antica Roma per analizzare una partita di calcio disputata ventuno secoli più tardi rispetto a quando sono state pronunciate.

Al Gavagnin, nel 2019 d.C., la “virtus” degli uomini di Fresco è stata inversamente proporzionale rispetto a quella della truppa di Serena. Gigi è riuscito dove il tecnico avversario ha invece gettato la spugna. La sapienza della gestione del match, sia sul piano tattico che soprattutto psicologico, ha fatto la differenza. In un momento davvero topico della stagione, in ultima analisi la lucidità e il pragmatismo con cui i rossoblù si sono presentati al cospetto del Vicenza hanno prodotto i dividendi sperati: un’iniezione fondamentale – di punti e morale – nella corsa salvezza.

Il carattere di Serena

Al contrario, l’allenatore biancorosso ha alzato le mani, in senso assoluto. L’alchimia con i suoi uomini non è scattata e i vitia vicentini sono restati tali sotto la sua gestione, a tal punto da fargli dire basta. Nella nebbia delle idee di una stagione nata male e proseguita peggio, dopo solo due mesi dal suo arrivo l’ex terzino della Sampdoria ha deciso di interrompere il proprio rapporto con il sodalizio di Renzo Rosso. Uomo di carattere, Serena non è nuovo a decisioni così drastiche. Giusto un anno fa, alla guida della Feralpisalò, si dimise dopo una sconfitta proprio col Vicenza. Con la formazione bresciana al quarto posto in classifica, il che è tutto dire.

La chiave del successo

Partite del genere, bloccate tatticamente, spesso svoltano grazie alla gestione virtuosa di un episodio. Sabato sera alla lunga così è stato tra due formazioni che hanno badato a controllare gli spazi piuttosto che osare. N’ze e soci hanno interpretato la partita con lo spirito del tempo. Quello di una formazione cosciente della difficoltà del momento e dei propri limiti – in questa fase, soprattutto psicologici –. Era una partita da non fallire. Così è stato: Fresco ha azzeccato tutte le mosse: gioco sviluppato con palla a terra, difesa a quattro e pure i cambi, come la rete del neoentrato Rubbo sta a certificare.

Per rendere divertenti partite così proprio come nelle relazioni sentimentali, bisogna impegnarsi in due. Il torto del Vicenza è non averlo fatto se non in minima parte. Limitati i contributi con i piedi di Giacomelli e di testa di Maistrello, in avanti il Lane ha fatto segnare l’encefalogramma piatto per buona parte dell’incontro.

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Cicerone insomma indirettamente insegna. La felicità arriva se la virtù è perseguita con sapienza. La vittoria della Virtus veronese contro quella vicentina, nel suo piccolo, almeno per novanta minuti, se vogliamo è stata anche quella del calcio della comunità contro quello cosiddetto “moderno”. Del football nato dal basso, a Borgo Venezia, quale espressione di una società – in questo caso polisportiva – che ha nel coinvolgimento diretto del proprio contesto sociale un elemento imprescindibile nella propria filosofia.

Quella del “support your local club” che alimenta ogni sodalizio nel Regno Unito. E che, per una sera, ha avuto la meglio su un club nato su presupposti, se non opposti, di sicuro figli di una scelta strategica.

Strategia, va da sé, assolutamente legittima e comprensibile e, per quanto per molti versi “virtuosa” per altri di sicuro destabilizzanti. Almeno se osservata da parte dei puristi del football e con gli occhi di una comunità – quella di Bassano – che si ha visto sparire, o comunque tornare laggiù dal fondo da dove erano iniziati i propri sogni, la società calcistica espressione della propria collettività. Peraltro la cui ascesa è avvenuta grazie alla gestione della famiglia Rosso, che ne ha sancito la fine del percorso.

La franchigia vicentina

Per intenderci: la scelta di ricollocare sulla mappa calcistica il Bassano a Vicenza è da catalogare – che piaccia oppure no – come un percorso per certi versi razionale. Una scelta non dissimile da quelle che motivano gli spostamenti delle franchigie nello sport professionistico americano.

Una realtà difficile da accettare e ritenuta ingiusta – e a suo modo antisportiva – in un universo lontano dalla Nfl come il nostro, in cui è valorizzato il senso di appartenenza. La logica che invece, cinicamente appare motivata se vsi vestono i panni di un imprenditore. Logica benvenuta, in ultima analisi, per chi ha il vantaggio di esserne il beneficiario. Come i sostenitori del Vicenza, che hanno accettato il compromesso di trovarsi una “Virtus” nella ragione sociale del club per cui fanno oggi il tifo.

Resta un fatto: il Vicenza attuale è soltanto rappresentante de facto del Vicenza che fu, quello di Giulio Savoini, Romeo Menti, Pablito Rossi, Mimmo Di Carlo e pure Ezio Vendrame. Cessate definitivamente le attività sociali, il titolo sportivo, rappresentante della storia e il blasone sportivo della squadra, compresi i successi raggiunti e i trofei vinti, nell’estate 2018 è stato definitivamente ritirato dalla Figc.

A campionato concluso, per 1,1 milioni di euro Renzo Rosso ha acquistato il ramo societario dell’azienda biancorossa e lo ha conferito al Bassano Virtus 55 Soccer Team Spa. È stata così cambiata la denominazione in L.R. Vicenza Virtus Spa e, a ruota, trasferita a Vicenza presso lo stadio Menti la propria sede sociale. Insomma, la passione dei vicentini per il calcio non si è dispersa. Il blasone, purtroppo, almeno dal punto di vista formale, sì. Questo è, nel bene e nel male, il calcio moderno, dirà qualcuno. Che però, come si sa, non è sempre garanzia di felicità. Anzi, per una notte, a gioire è stato un piccolo club di quartiere che da quasi un secolo vive in simbiosi con la propria comunità.

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Paolo Sacchi

Nato a Genova, ha scoperto quasi subito che le Scienze Politiche non facevano per lui. Viaggiatore e calciofilo, già ufficio stampa, come giornalista collabora con diverse testate cartacee, web e radiofoniche e da anni racconta dal vivo in diretta alla radio le partite del ChievoVerona. Esperto di turismo e di sport britannici, è felice di dover rifare spesso il suo bagaglio a mano.

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