La voglia di Pietruzzo e di Damir

Pietro Anastasi è stato il simbolo di una generazione. In un’epoca in cui l’emigrazione interna portava centinaia di migliaia di italiani del sud verso le fabbriche delle tre grandi città del nord e l’emancipazione sociale era una possibilità riservata a pochi eletti, quel siciliano doc capace di diventare titolare nella Juventus era naturale venisse eletto a modello di riferimento.

Intere famiglie avevano impacchettato letterali valige di cartone per andare a cercar lavoro nel mondo ma anche e soprattutto a Torino, Milano e Genova. Applaudire un ragazzo catanese dai tratti somatici mediterranei con la maglia numero nove della formazione di Gianni Agnelli è stata una sorta di simbolica gratificazione per chi viveva in osceni quartieri dormitorio costruiti sulla base di piani regolatori che urlano tuttora vendetta. Negli anni del boom del mercato dell’automobile, considerando il periodo tra il 1958 e il 1963, la sola popolazione del capoluogo del Piemonte aveva registrato un aumento pari a 350mila abitanti. Molti di loro, quasi tutti meridionali, attraversano ogni giorno i cancelli di quei famosi stabilimenti della Fiat a poche centinaia di metri dallo Stadio Comunale.

Pietruzzo da Catania è considerato il primo “terrone” ad “avercela fatta” nel nord attraverso il calcio, come si diceva in quegli anni. Un risultato straordinario per il significato e il valore che era attribuito allora allo sport più amato del paese in quel contesto. Per tanti umili operai era più che un punto di riferimento nel tifo per la Vecchia Signora degli anni Settanta. Le qualità tecniche e il fiuto del gol gli sono valse una carriera importante. Il valore aggiunto per riuscire a fare la differenza per Anastasi è stata la sua determinazione e l’inesauribile passione. Da ragazzo, per potersi permettere di giocare a pallone, contestualmente lavorava. Aiuto idraulico, ciabattino, fattorino per una macelleria. Insomma, un uomo la cui sana voglia di arrivare e l’amore per il pallone sono stati gli ingredienti base per trasformarlo in un calciatore di primo livello e successivamente in un idolo.

L’exploit di Ceter

Non è una novità, sia chiaro: nello sport per emergere “voglia” e “fame” sono due fattori fondamentali. Con le debite e ovvie proporzioni con il povero Anastasi, ennesimo atleta vittima della Sla, quella voglia e quella fame le abbiamo lette nella prestazione di Ceter nello spicchio di gara disputato dal colombiano in Chievo-Perugia. In poco più di venti minuti Damir ha offerto ciò che da un giocatore ci si aspetta quando scende in campo, al di là di ogni retorica: farsi trovare pronto e dare tutto. Subentrato al posto di uno spento Djordjevic, ha dimostrato che ora che la condizione lo sorregge può dire la sua e dare una mano alla squadra.

La sua carriera al Chievo finora è stata complicata da un paio di noiosi infortuni che ne hanno rallentato la possibilità di allenarsi e giocare con costanza. Tornato disponibile, questo ragazzone di 23 anni nato a Buenaventura, che in italiano significa “buona fortuna”, ha la possibilità di ritagliarsi uno spazio interessante. Sarà pure un poco ruspante sul piano tecnico ma è sostenuto da un carattere umile e positivo che amplifica la sua gran voglia di giocare e lo rende un osso duro per chi se lo trova di fronte.

Contro la formazione di Cosmi il suo gol è stato figlio della prestazione: appena entrato, Ceter ha messo pressione sugli avversari non lasciando mai nulla d’intentato. L’episodio della rete ma anche e soprattutto l’azione da cui è nato il rigore che ha chiuso la partita – con un grande ed imprevedibile scatto – non sono certo stati due jolly usciti per caso dal cilindro. Con lui in campo il Chievo ha alzato il baricentro: la volontà e la prestanza fisica poi hanno fatto la differenza. Gran lottatore sulle palle vaganti, attivo nel fare sponda con i compagni, ha cercato di farsi trovare puntuale in area nei panni del finalizzatore quanto e quando possibile. Alla fine ci è riuscito, con pieno merito. Ed è stato così che Cesar e soci hanno portato a casa tre punti. Forse insperati ma di sicuro, voluti.

(Foto Maurilio Boldrini / AC ChievoVerona)

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Paolo Sacchi

Nato a Genova, ha scoperto quasi subito che le Scienze Politiche non facevano per lui. Viaggiatore e calciofilo, già ufficio stampa, come giornalista collabora con diverse testate cartacee, web e radiofoniche e da anni racconta dal vivo in diretta alla radio le partite del ChievoVerona. Esperto di turismo e di sport britannici, è felice di dover rifare spesso il suo bagaglio a mano.

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