Le regole dell’Alpinismo

L’alpinismo è quella disciplina che ha come scopo la scalata delle montagne e delle pareti rocciose. Se questa definizione svariati decenni addietro avrebbe potuto soddisfare tutti, nel tempo l’alpinismo si è sviluppato e specializzato in tantissime e diverse professionalità e abilità. Gli esempi sono molti: dall’arrampicata senza protezioni detta free solo di cui Maurizio Zanolla, in arte Manolo, fu negli anni Settanta/Ottanta uno dei più mirabili interpreti, al più moderno dry tooling, che per i profani significa arrampicare su pareti di roccia stando appesi a piccozze da ghiaccio, per non parlare di forme di alpinismo atipico quali il boulder, scalare massi in gergo, ma specializzazione per lo più praticata in contesto artificiale.

Rimane però immutato nel tempo il fascino dell’alpinismo tradizionale, quello che mantiene intatti i suoi requisiti esplorativi. Molti furono e molti sono tutt’ora gli alpinisti italiani, memorabili interpreti di questo tipo di alpinismo: dai Cassin ai Bonatti, ai Messner, fino ai giorni nostri con Moro e Nardi, per tacere di molti altri degni di egual menzione, non ultima Nives Meroi, una delle poche donne a salire tutti le montagne più alte della Terra. Questa forma di alpinismo in cui l’uomo, dall’Antartide alle più remote lande himalayane, si confronta con l’ignoto e con i propri limiti fisici, nonché mentali, non tramonta mai, nonostante qualcuno di tanto in tanto affermi che nulla ormai possa considerarsi pura esplorazione in questo mondo così fortemente antropizzato. Probabilmente sono dichiarazioni molto simili a quelle di cui si discorreva ai tempi dell’austerity quando si profetizzava la prossima fine delle risorse petrolifere.

Nonostante siffatte opinioni, però le esplorazioni proseguono, al pari delle estrazioni petrolifere, e l’alpinismo continua a proporre avventure e sogni nuovi a professionisti del settore, ad appassionati e a una molteplicità di “divanisti”, cittadini che non potranno mai scalare nemmeno i gradini delle rampe di casa, ma sognano parimenti agli sportivi, grazie notizie dai campi base sparsi nel mondo diffuse via blog e a spericolati video su YouTube disponibili online. Certamente per gli alpinisti contemporanei non è semplice essere creativi, innovare, ricercare sfide nuove: un tempo bastava uscir di casa che si trovavano vie nuove, oggi non basta ripeterle in invernale, bisogna farle con gli sci, in bmx, in parapendio, scalzi, come Tom Perry, all’anagrafe Antonio Peretti da Sovizzo, insomma ognuno ci deve mettere del proprio per ideare e, con un tocco di malignità, farsi notare.

Già, apparire; è inutile negare che di alpinismo sia dura campare e pertanto non ha senso scandalizzarsi se sovente via sia, pur indigesta, la ricerca di una maggiore notorietà a favore di sponsor, con la conseguenza che, tra i non addetti ai lavori, si tendono a meglio valorizzare le gesta di chi appare, rispetto a chi nell’ombra elabora e realizza progetti complessi, solo meno mediatici. Discorso ormai che si trascina da svariati anni e che produce gelosie, rivalità nel mondo alpinistico, da fuori visto come immacolato, ma che in realtà nulla ha di diverso da qualsiasi altro ambiente umano. Rimane però il fatto che la difficoltà di progettare qualcosa che possa dirsi nuovo, la sempre maggiore specializzazione e preparazione degli alpinisti, stia spostando sempre più in alto il limite e, con esso, anche il rischio, specie per chi, purista fino al midollo, affronta la montagna by fair means, con mezzi leali. Tale espressione la si deve a A.F. Mummery che, rinunciando a proseguire una via sul Dente del Gigante nel 1880, definì quella cima «absolutely inaccessible by fair means (assolutamente inaccessibile con mezzi leali)», dando involontariamente vita a una scuola di pensiero interna al mondo dell’alpinismo, a volte decisamente integralista, in cui lo scalatore assume su di sé non solo la responsabilità di tornare a casa tutto intero, ma anche quella di non violentare la montagna, di rispettarla, di sfidarla mantenendone la verginità, appunto secondo regole di ingaggio corrette. Solo che l’alpinismo non è uno sport dotato di regole, basti pensare alla libertà di utilizzo di ossigeno in alta quota o alla chiodatura di una via.

Il non avere regole, ma porsene di ancora più stringenti, addossandosene il rischio, questo è l’alpinismo. E così in questo inverno mite e poco nevoso alle nostre latitudini, seguiamo con trepidazione le vicende di tre diverse spedizioni impegnate in due dei principali problemi irrisolti dell’hymalaismo, inteso come alpinismo su montagne di 8.000 metri.

La prima, composta dall’inglese Ballard e dal nostro Nardi, è proprio ispirata dalle parole e dall’azione del citato Mummery, in quanto per l’alpinista italiano, questo “sperone Mummery” sul Nanga Parbat sta diventando proprio un’ossessione. Scalarlo durante l’inverno, con un team ridotto all’osso, by fair means, è il sogno di una vita, quello che riesce a tirare fuori l’inesplorato delle possibilità umane. Saprà riuscirci? Saprà gestire il rischio e avrà quella buona dose di fortuna necessaria? Da casa tanti appassionati lo seguono, sognano con lui e vivono con ansia i giorni che passano fino al termine del permesso di scalata (perché si, la burocrazia non c’è solo in Italia). Nel mentre al K2, seconda montagna della terra, una spedizione basca guidata dall’alpinista Txikon e una Russa/kirghisa/Kazaka provano a scalare in inverno l’ultimo 8.000 inesplorato in questa stagione. La prima spedizione sta testando gli igloo al posto delle tende per i campi, addirittura ha eretto un muro con medesima tecnica per ripararsi dai venti superiori ai 100 km/h che sferzano il campo base. Non solo: sta meditando di costruirne uno anche durante l’ascesa per uno dei campi avanzati. Sembra una visione rivoluzionaria, quasi copernicana in ambito alpinistico. È singolare e quasi risibile però come i tradizionali alloggi dei popoli Inuit, decisamente titolati a suggerire come si sopravvive a temperature e venti estremi, siano solo ora stati presi in considerazione dagli alpinisti, dopo decenni di patimenti tra vento e gelo.

La seconda spedizione opera, invece, in stile sovietico con inesistente approccio innovativo, sacrificio di tutti, avanzamento con azioni alpinistiche di stampo militaresco. Due diverse etiche, due diversi modi di affiancarsi alla montagna rivaleggiano senza nemmeno condividere le corde in parete, in ogni caso sapendo che le possibilità di successo sono inferiori al 10% per entrambe. Solo nei prossimi giorni sapremo se e chi avrà eventualmente avuto più fortuna e chi avrà saputo agire con una miglior strategia alpinistica. Intanto sogniamo insieme a loro una conquista con ingenua e involontaria, ma inconfutabile brama della cima. È questa l’etica che ci appartiene?

Non ci sono regole scritte e ognuno ha la libertà di agire come meglio crede. Dove risiede dunque il limite del lecito? La domanda è senza risposte certe, ognuno ha la propria idea, forse anche in questo risiede un certo fascino, ma senza dubbio l’alpinista contemporaneo non solo si trova a dover ricercare con fatica una componente esplorativa nel suo agire, non solo si trova a doverla promuovere, ma deve anche riuscire a declinare la propria azione in una visione etica, mantenendo coerenza e purezza. Risulta evidente come serva equilibrio estremo nel gestire questo vortice di condizionamenti, in cui l’ambizione personale di raggiungimento del singolo traguardo è solo una delle componenti, pur rilevante, che rischia di compromettere nell’alpinista la capacità decisionale, molto più temibili sono appunto i rischi del dover apparire con costanza più e meglio degli altri e del dover mantenere un determinato codice comportamentale puro durante l’azione alpinistica. D’altronde questi aspetti, questa libertà di scelta di dove e come agire, questa difficoltà di mantenere l’equilibrio, questa presenza di rischio a volte così estrema, questa esposizione all’ignoto e alle fatalità che gli alpinisti accettano, apparentemente senza paura, sono proprio gli elementi che fanno sognare tutti, anche e soprattutto i “divanisti” e che in generale rende un certo tipo di alpinismo così affascinante e avvincente.

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Lorenzo Mori

Lorenzo Mori

Lorenzo Mori, nato a Verona 11 anni dopo l'alluvione di Firenze e pochi mesi prima del rapimento Moro, si alterna tra la professione di consulente free lance (un po' commercialista, un po' controller) e il ruolo di allenatore di pallavolo. Papa' da qualche anno, ha sempre sognato di scrivere un trattato sulla città ideale, ma non lo farà mai; nel frattempo importuna gli amici di Facebook con post di lunghezza immane e pesantezza insopportabile. Nostalgico quanto basta della "polis" greca e dei campioni alla Roberto Baggio, è soprattutto appassionato di neve e boschi e il suo motto preferito, di gucciniana memoria, è: "Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere"

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