Obiettivo Tokyo 2020

Un tuffo, ancora un tuffo. L’ultimo. Ma dopo quel salto tutto sarebbe cambiato. Una frazione di secondo e la storia di una persona cambia, creando un prima e un dopo. È la storia di Federico Falco, un ragazzo come tanti altri che durante una festa, il 13 giugno di dieci anni fa, sbatte la testa sul fondo della piscina e immediatamente si accorge di non muovere più le gambe e il busto. Sono le ragazzate, si direbbe, quelle che rimangono tali solo se non hanno effetti sciagurati su chi le combina e su chi le subisce. Altrimenti diventano altro e perdono in un attimo quel misto di spudoratezza, incoscienza e temerarietà tipici dell’adolescenza.

Ma la storia di Federico va oltre. Si aggiungono altri eventi, che fanno diventare la sua storia esemplare. Federico diventa uno sportivo, un grande giocatore di ping pong tanto da diventare campione del mondo e attualmente sesto nella classifica mondiale. È la storia di chi deve imparare a ripartire, a immaginare un futuro e lo fa alla grande. La sua speranza è anche la nostra.

Lo incontro a una cena di cui lui è ospite e relatore e scambiamo due chiacchiere. La sorte aveva voluto che, un giorno di qualche mese prima, alcune persone che non avevano niente a che fare tra loro mi parlassero di Federico. Ho pensato che fosse un segno. Non potevo non coglierlo. Mi adopero per contattarlo e così ci troviamo allo stesso tavolo e io che prendo nota delle sue parole.

Ripercorriamo cosa è successo quel giorno sciagurato e poi come sei diventato un professionista dello sport?

«A quindici anni ero a una festa di un amico, c’era la piscina esterna e dopo aver passato la giornata a divertirci decido di fare l’ultimo tuffo. Però mi schianto sul fondo. Da quel momento esco con una tetraplegia postraumatica, non sentendo più le gambe e con una riduzione dell’uso degli arti superiori. Durante il lungo periodo di riabilitazione, durato sei mesi, nel quale cerchi di rimetterti in sesto, sono venuto a conoscenza tramite degli ex pazienti della possibilità di partecipare a degli allenamenti di tennis tavolo. Se all’inizio era una distrazione da quello che mi stava succedendo, dopo ogni allenamento e con i risultati che arrivavano ho capito che era il mio mondo.»

Si è creata, quindi, un’amicizia anche con altri reduci da incidenti come il tuo?

«Si molte amicizie, anche perché si forma solidarietà e condivisione per la nuova vita che andrai a vivere. Parliamo di tante cose, anche quelle più stupide: salire e scendere dalla macchina, oppure come affrontare psicologicamente le difficoltà che ci sarebbero state da lì in avanti.»

Quanto conta lo sport per aiutare nel recupero e per riprendere in mano la propria vita?

«All’ inizio conta meno poi diventa un vero e proprio lavoro. Normalmente in Italia succede che quando qualcuno ha subito un trauma come il mio, si pensa che lo sport sia solo un’attività di riabilitazione. Invece, noi siamo atleti professionisti al 100%. Quando usano termini come “Super abili”, “Super woman”, “gente dal cuore grande”, a me dà fastidio perché voglio essere visto soltanto come atleta.»

Ci racconti come si svolge il tuo allenamento?

«Mi alleno sei ore al giorno, che si svolgono in due sedute da tre ore, anche nel week end. Iniziamo la prima ora curando molto il servizio, uno dei momenti fondamentali del nostro gioco. Riscaldamento e poi mantenimento e gestione della palla, quindi lavoriamo sulla tecnica e sulla tattica e poi integriamo con la preparazione atletica, fisioterapia e molta piscina.»

Ma perché hai scelto il tennis tavolo? Cosa ti fa amare questo sport?

«È sicuramente uno sport divertente e che puoi praticare a qualsiasi livello. Soprattutto mi sono accorto che lo potevo fare. Quando ti capitano queste cose normalmente si è focalizzati su quello che non si riesce a fare. Mi ha fatto capire che avevo ancora tante possibilità da sfruttare. Io che venivo da uno sport di squadra ho trovato che uno sport singolo ti può dare molta fiducia e autostima. L’idea di essere più forte di qualcun altro mi è piaciuta fin dall’inizio.»

Qual è il tuo colpo migliore e qual il tuo obiettivo professionale che speri di raggiungere al più presto?

«Sicuramente il rovescio, mi viene molto naturale. Ho più difficoltà con il dritto. E poi l’obiettivo più importante è qualificarci per le olimpiadi di Tokio 2020 e poi sicuramente il grande sogno è portare a casa una medaglia. Qualificarsi è bello ma quando sei lì devi puntare al massimo risultato.»

Federico è così: carico, competitivo, professionista e sempre disponibile a incontrare i giovani. Lo ha fatto anche recentemente davanti a una sessantina di ragazzi del RYLA Rotary Junior 2019, provenienti da tante scuole veronesi. Ha colto le loro difficoltà e a ho donato la sua storia condita di un consiglio che vogliamo riportare: “La libertà non è fare ciò che si vuole ma volere ciò che si fa”.  E noi gli mandiamo il nostro “in bocca al lupo”.

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Riccardo Giumelli

“Gli è meglio fare e pentirsi, che non fare e pentirsi”. Mi sono sempre sentito così e continuo a farlo come quel toscanaccio di Machiavelli, che così scrisse citando Boccaccio. Ho provato, non sempre riuscendoci, a gestire quel daimon interno attraverso la conoscenza e forse anche per questo sono diventato sociologo della cultura e della comunicazione. Ho insegnato all’Università di Firenze, Trento e adesso a Verona, “sociologia dei processi culturali”, “sociologia del giornalismo” e adesso anche “educazione ai media”. Sono columnist per "La Voce di New York" e Presidente dell’Associazione Italia Stati Uniti di Verona. A volte mi sembra di farne troppe, ma è il solo modo per capire ciò che amo fare. Amo Verona, Firenze e Parigi! Città che mi hanno dato tanto. Verona, ho imparato ad amarla giorno dopo giorno, città dove sono nate le mie figlie. Più la conosci più scopri realtà meravigliose. Sono interista, croce e delizia. La perfezione, infatti, è altrove.

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Riccardo Giumelli

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