Soccorsi interrotti, gli alpinisti Nardi e Ballard non torneranno a casa

La temuta ufficialità è arrivata: Daniele Nardi e Tom Ballard, gli alpinisti impegnati sul Nanga Parbat, non torneranno a casa. Sono stati fatti numerosi e vani tentativi di soccorso che hanno provocato un turbinio di emozioni e turbamenti in ogni appassionato di montagna, ma non è stato possibile salvarli. Tra gesti di solidarietà di altri alpinisti arrivati a tentare un salvataggio disperato, raccolte di denaro, meteo sfavorevole e tensioni politiche tra Stati confinanti, la tragica avventura di questi due alpinisti ci ha fatto vivere giorni di ansia e trepidazione per la loro sorte. Infine, con un involontario e quasi teatrale ultimo colpo di scena, un fotogramma di un telescopio li ha immortalati, fermi in parete, a poca distanza l’uno dall’altro, vicino alla tenda, immobili come forse sono stati sin dalla cessazione delle loro comunicazioni, ad ufficializzare l’assenza di un lieto fine e l’inutilità dei soccorsi.

La squadra di soccorso al completo

È strano e sconvolgente riuscire a scorgere le loro due sagome tra gli anfratti della parete denominata Diamir del Nanga Parbat, tra ghiacci perenni e rocce aguzze, e pensare che non sia stato possibile salvarli e soprattutto recuperarne i corpi, senza nemmeno poter avere certezza sull’accaduto. Eppure, occorre arrendersi all’evidenza: probabilmente non sapremo mai la causa della loro morte e l’operazione di recupero delle salme chissà se e quando verrà portata a termine. Forse avverrà a primavera, troppo pericoloso oggi, forse troppo oneroso, per certi versi anche dissacratorio verso chi su quella montagna ha tentato più volte di scrivere pagine immortali di alpinismo. Lo sperone Mummery, che i due alpinisti stavano cercando di risalire in quella che sarebbe stata una prima ascensione memorabile, diventa la loro tomba pro tempore e rimane dunque un enigma alpinistico irrisolto, con le sue difficoltà tecniche, la sua lunghezza, le difficoltà ambientali e l’elevatissimo, forse inaccettabile, rischio valanghe; inaccessibile e non completamente esplorato, lo sperone giace lì intorno ai seimila metri, incastonato tra i meandri della più grande montagna della Terra – poco importa che non sia la più alta – adiacente a vie maggiormente frequentate su un versante che, in ogni stagione lo si guardi, ammalia senza pari.


Tom Ballard e Daniele Nardi in una recente foto pubblicata su Facebook

Viene normale chiedersi cosa spinga esseri simili a noi, in quanto ugualmente appartenenti alla razza umana, ad assumersi rischi tremendamente elevati per la conquista di una cima o per chissà quale altro obiettivo, oggettivamente effimero. Ce lo si chiede a maggior ragione in momenti tragici come questo, in cui sono coinvolti due alpinisti, uno padre da pochi mesi e l’altro orfano di madre, anch’essa dispersa in alta quota, ma sul K2. Se ci si mette nelle vesti di genitore, non si può capire, è un qualcosa che esce dal range di ciò che è normalmente elaborabile dal cervello umano, diventa qualcosa di altro da noi. Nardi era genitore, come può aver fatto delle scelte così lontane da quelle che un padre medio farebbe? No, non si può proprio nemmeno cominciare a capire. Solo che, come spesso avviene quando non si comprende a sufficienza, si viene travolti dalla paura, dal timore di questa diversità così incomprensibile, così inconciliabile con il nostro modo di pensare. Meglio addossare la colpa di questa diversità a loro, i diversi, gli alpinisti senza scrupoli, i pazzi, quelli che mettono a repentaglio la vita stessi degli eventuali soccorritori. E così che emergono reazioni scomposte, tipiche dei rompicoglioni da tastiera. Questi, come li ha definiti l’alpinista Gogna nel suo blog – una delle pagine web più curate e profonde avente a tema la montagna – sono sputa sentenze che ritengono di avere la verità in tasca e, dalla seggiola di una scrivania, postano in rete insulti sconclusionati, senza nemmeno rendersi conto che in fondo sono morti due professionisti, due ragazzi, sicuramente due sognatori. In un mondo in cui il sognare certo non può essere considerato reato sarebbe pertanto dovuto a loro e ai loro familiari,  quantomeno il rispetto. Non solo: infangarli è semplice, ma non aiuta a capire, a dare un senso a questa diversità tra le scelte alpinistiche estreme e quelle tipiche dell’uomo medio. Un film già visto in tanti ambiti della nostra società, si potrebbe dire: la paura dell’ignoto, del non compreso, sprigiona gli istinti peggiori. Tali manifestazioni di odio rappresentano, infatti l’emersione di un’ulteriore tragedia nella tragedia, assistere a cotanta cattiveria e ignoranza non può lasciare indifferenti, così come non si può che rimanere attoniti alla vista di quel fotogramma con i due alpinisti e la loro tenda, la cui pubblicazione peraltro potrebbe suscitare una riflessione a parte. Non si può negare però un’evidenza oggettiva, a prescindere da come la si pensi in merito a questa vicenda: nessuno di questi sputa sentenze di cui sopra è alpinista come Nardi e Ballard, nessuno di costoro ha passato anni a prepararsi meticolosamente come fatto da loro, allenatisi duramente nel fisico e nella mente per superare prove al limite delle possibilità umane, infine nessuno ha mai conosciuto quella parete quanto Nardi, protagonista di una successione di spedizioni sulla medesima via che in questi anni ha stupito per pervicacia molte personalità dell’ambiente alpinistico. Come ci si può mettere nei panni di Daniele e Tom seduti ad una scrivania? Come si può giudicarli senza conoscenze specifiche e altri strumenti idonei? Entrambi gli alpinisti certamente si sentivano pronti alla spedizione, perché, per quanto sapessero di rischiare, non è pensabile che avrebbero viceversa intrapreso una missione suicida: chi parte per una spedizione, pur rischiosa, e agisce in modo risoluto, ha la convinzione di poter essere in condizione di raggiungere un determinato obiettivo, sostenendo un ragionevole livello di rischio. Non è un pazzo o uno scemo, lo si comprende dalle stesse parole di Nardi. Direttamente dal Campo Base del Nanga Parbat, poche settimane fa scriveva nel suo blog: «La percezione del rischio è molto personale e per me dipende da alcuni fattori precisi: 1) dalla conoscenza di sé stessi 2) dalle proprie capacità di valutazione oggettiva 3) dalla conoscenza dell’ambiente 4) dai dati che si hanno sulla situazione attuale 5) dall’esperienza accumulata 7) da altri fattori minori». Chi scrive siffatte riflessioni non può essere definito un pazzo, semmai una persona alla continua ricerca di un limite. Dai suoi scritti, così come da quelli di tanti altri alpinisti, emerge il fulcro della questione: il rischio è un concetto del tutto relativo e soggettivo, per giunta non sempre facilmente stimabile, in cui ogni analisi ex post assume poco significato, condizionata dal verificarsi o meno di alcune vere e proprie fatalità, certamente possibili in un contesto ambientale così estremo.

Tramonto sul Nanga Parbat: sotto la parete sommitale è ben riconoscibile il bacino Bazhin, punto di uscita verso l’alto dallo sperone Mummery, e da cui si generano imponenti e frequenti valanghe

Viene così da pensare alle vite ordinarie, alle valutazioni dei rischi che noi, comuni mortali privi di velleità alpinistiche, quotidianamente facciamo, più o meno in maniera consapevole. Ne è un esempio la paura di volare, del tutto anacronistica con la serenità con cui ci si mette in macchina per andare in ferie, sostenendo un rischio ben superiore a quello di imbarcarsi su un aereo. E così, ritenendo inconcepibili le scelte di vita di Daniele e Tom, che hanno sacrificato la loro stessa esistenza per un sogno, si tende a liquidare la tragedia del Nanga Parbat come fosse causata esclusivamente dalla presunta follia dei protagonisti, ignorando che ognuno di noi, nella quotidianità, compie azioni da pazzo sostenendo rischi elevati, ma al contrario degli alpinisti in questione, senza la ben che minima coscienza, probabilmente senza nemmeno inseguire grandi sogni e senza aver elaborato e progettato una strategia di gestione e prevenzione del rischio. Pensiamo ad un giovane che una sera si ubriaca ingerendo superalcolici, Red Bull a litri e chissà quale altro mix di prodotti industriali da sballo: quanto aumenta il rischio di infarto presente e futuro in questo giovine? statisticamente non ci è dato di sapere, ma senza dubbio in una qualche percentuale aumenta. Lo sa? lo ha considerato nel suo agire? è un aumento di rischio che sostiene non certo per essere il primo a salire lo sperone Mummery in invernale, ma semplicemente per sentirsi un po’ più bello o un po’ meno solo. Ne vale la pena? Domanda retorica. Non consideriamo poi cosa accadrebbe se questo giovine si dovesse mettere alla guida subito dopo, perché dovremmo considerare non solo il rischio individuale, ma anche quello altrui. Pensiamo anche ad ogni azione quotidiana, eseguita in modo abitudinario, senza rifletterci più di tanto, dal percorrere l’autostrada ad alta velocità col telefonino in mano, al trascurare la manutenzione dello stabile in cui viviamo nonostante oggettivi rischi sismici, al non vaccinare i propri figli, al mangiare correntemente junk food o, come fa qualcuno, a vivere la montagna senza la minima consapevolezza delle sue regole. Alla luce di queste considerazioni non possiamo non tornare a Daniele e Tom: senza dubbio avranno deciso di correre rischi importanti nella loro spedizione, quantifichiamoli pure in un del tutto ipotetico 20% di non ritorno, ma lo hanno fatto in maniera ponderata, contrariamente a molti comuni cittadini che tutti i giorni, senza averne idea, per nessun motivo virtuoso, si accollano rischi certo ben inferiori, ma pur sempre statisticamente quantificabili. Poniamoci la domanda se preferiremmo rischiare di morire al 20% per provare a salire lo sperone Mummery o rischiare di morire allo 0,001% perché stiamo scomodi con la cintura di sicurezza in auto o con il casco in bici. Quale comportamento condividiamo di più? quale riteniamo stolto? non tutti darebbero la stessa risposta, ma sicuramente, se ci mettessimo ad analizzare ogni rischio con approccio scientifico, comprenderemmo meglio che nessuno ha il diritto di giudicare l’altrui esposizione al rischio, se non chi lo sostiene. 

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Lorenzo Mori

Lorenzo Mori, nato a Verona 11 anni dopo l'alluvione di Firenze e pochi mesi prima del rapimento Moro, si alterna tra la professione di consulente free lance (un po' commercialista, un po' controller) e il ruolo di allenatore di pallavolo. Papa' da qualche anno, ha sempre sognato di scrivere un trattato sulla città ideale, ma non lo farà mai; nel frattempo importuna gli amici di Facebook con post di lunghezza immane e pesantezza insopportabile. Nostalgico quanto basta della "polis" greca e dei campioni alla Roberto Baggio, è soprattutto appassionato di neve e boschi e il suo motto preferito, di gucciniana memoria, è: "Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere"

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