Una maglia tricolore e un futuro tutto da scrivere

Davide Formolo vittorioso sul traguardo di Compiano

Altri ne verranno, ma sono stati i 25 chilometri più lunghi della giovane carriera di Davide Formolo. Se il premio è una maglia tricolore, ben vengano. Nell’albo d’oro succede a Elia Viviani: gli ultimi due campioni d’Italia sono veronesi. Pare un sogno, godiamocelo. Predestinato, enfant prodige, talento, promessa: di aggettivi su Davidino Formolo in questi anni abbiamo fatto il pieno. Il timore era che tutto il bene speso su di lui si traducesse nel ritratto di un Godot del pedale, uno che attendi ma non arriva mai. E invece il giorno è arrivato. Non solo per la vittoria che a 26 anni lo ha laureato campione italiano, ma soprattutto per il modo con cui l’ha ottenuta. Una vittoria di forza, gambe e testa al termine di una corsa durissima, una prova ad eliminazione sotto il bollore del solleone.

Messosi alle spalle un Giro d’Italia per lui ben al di sotto sotto delle attese, Davide aveva staccato un po’ la spina per ricaricare le pile dopo una simile delusione. Non si è allenato moltissimo, ma alla vigilia di questo campionato italiano aveva fatto intendere di avere buone sensazioni: «È un percorso duro che mi piace. Ci proverò. L’importante è entrare nella fuga giusta» aveva detto. Profetico. «Roccia» (mai come ieri) ha prima agganciato il treno buono, ha poi staccato il resto dei vagoni e se ne è quindi andato via sul suo binario unico. Ha pedalato di forza, tutta quella che aveva, e di cervello. Quando i segugi gli sono arrivati a soli 6 secondi non ha mollato, ma ha rilanciato. Ha via via ripeso a guadagnare terreno, ha costruito il suo tesoretto in 25/30 secondi di margine di sicurezza e lo ha conservato sino alla fine.  E così non lo hanno preso più. Un’impresa che gli ha consegnato una vittoria da campione. È successo sulle alture attorno a Compiano dove nel 1981 la rivalità tra Moser e Saronni toccò l’apice (si beccarono di brutto, vinse di rabbia il trentino).

Sulle doti di Formolino, nulla c’è da eccepire o dire. Il ragazzo ha la stoffa, questo è fuor di dubbio, il problema sta in che vestito fare di quella stoffa. E allora la domanda è sempre la stessa: Davide Formolo è un corridore da corse a tappe o corse in linea? Amletico dubbio, che ad esempio Damiano Cunego si portò appresso per buona parte della carriera dopo l’esplosione al Giro d’Italia del 2004. Il campionato italiano, è la terza corsa di spessore che il ragazzo di San Rocco vince dal 2015: una tappa al Giro quattro anni fa, e due centri quest’anno: la vittoria a Barcellona nell’ultima tappa della Vuelta Catalunya, e ora questa maglia tricolore. Nel mezzo, tre Liegi corse da protagonista (soprattutto l’ultima, chiusa al secondo posto alle spalle della locomotiva Fuglsang). La classica delle Ardenne è tra tutte quella che gli si addice di più, ma pure il Lombardia è un bel richiamo. Nelle grandi corse a tappe ha finora ottenuto due decimi posti al Giro e un nono alla Vuelta.  Le cronometro non sono il suo pane. Il resto ce lo ha messo lui (e chi lo ha pilotato in ammiraglia) con scelte tattiche opinabili e l’incaponirsi a spingere rapporti troppo duri e sfiancanti in salita.

Questa vittoria può ora essere lo spartiacque della carriera, che gli chiarisce le idee su cosa far da grande. Sono cavalli nel motore dell’autostima, una molla sul trampolino del futuro. La piena maturità, salvo casi eccezionali, un ciclista la raggiunge attorno ai trent’anni: Davide ne ha 26. Sogna di diventare un corridore «alla Nibali», capace di vincere sia nelle gare di un giorno che in quelle a tappe. Roba da fuoriclasse: magari ci riuscirà, magari anche no. Giusto nutrire ambizioni e provarci, ma dopo l’exploit alla Liegi questa vittoria al campionato italiano e soprattutto il modo in cui è arrivata, qualche indizio sul futuro lo spiana. La calda estate di Formolo prosegue ora con il Giro di Polonia e la Vuelta: vedremo che ne verrà fuori. A settembre c’è poi un mondiale da correre sulle stradine mangia e bevi dello Yorkshire: roba tosta, di muscolo e intuizione. Fossimo in lui, un bel pensierino ce lo faremmo.  

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Lorenzo Fabiano

Sono nato a Verona, dove vivo, nell'ormai (ahimè) lontano 1966; giornalista pubblicista, collaboro con il Corriere del Veneto, Gazzetta dello Sport, Hellas 1903, TuttoHellasVerona.it, Athleta e ovviamente qui su Il Nazionale. Amo soprattutto raccontare vecchie storie di sport. Ho scritto finora sei libri e sto ora lavorando al settimo. Altri ne verranno. Detesto urla e fenomeni di turno; la vera rivoluzione nasce dal recupero del buon senso, cosa che questo paese pare aver perso di vista da un po'. Citando Oscar Wilde, "amo parlare di niente, perchè è l'unica cosa di cui so tutto"

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