Unità d’intenti

Dire che l’annuncio del suo arrivo non fu accolto tra i peana, suona come un benevolo eufemismo: a giugno il sentimento popolare si manifestava tra irritazione per la mancata conferma di Alfredo Aglietti, scetticismo in abbondanza, e una buona dose di dileggio nei confronti di un allenatore considerato un perdente. Ebbene a settembre, alla sosta dopo le prime due partite di campionato il Verona di Ivan Juric, dato dai più per spacciato prima ancora di provare quantomeno a giocarsela sul campo, ha infilato quattro punti: un pareggio all’insegna del sacrificio contro il Bologna, e una vittoria a Lecce ottenuta soprattutto col gioco e l’atteggiamento.

L’avvio è più che positivo ed incoraggiante, ma teniamoci alla larga dal pericoloso vortice delle illusioni: salvarsi sarà un’impresa durissima. La serie A ha alzato quest’anno, e non di poco, l’ asticella: il minitorneo della sopravvivenza è al solito affollato, ma decisamente più attrezzato rispetto al recente passato. Il Verona, seppur bocciato senza mezzi termini dalla Gazzetta dello Sport, ha tutto sommato allestito un buon gruppo: la rosa è folta, la coperta lunga; D’Amico ha confermato i pezzi pregiati, ha inserito giovani talenti, ha pescato un paio di piacevolissime sorprese come Rrahmani e Amrabat, e alla fine l’ha spuntata per Stepinski, un attaccante che ha tutte le caratteristiche per inserirsi nei meccanismi di Juric e far bene. Vedremo.

Juric e D’Amico

Sin dal primo giorno Juric non l’ha toccata piano: «Voglio una squadra aggressiva che in campo dia tutto: qui si lavora e si suda. Non c’è spazio per gente con la puzza sotto il naso». Così si è presentato: musica per le nostre orecchie, il giusto per gradire. Poche chiacchiere, zero politichese, schivo, cazzuto e diretto quanto basta. Rispecchia nei comportamenti il calcio che pratica. Tramontata l’era del 4-3-3 interpretato nelle rasoiate in contropiede di Mandorlini, nelle continue rotazioni e sovrapposizioni del primo Pecchia (il secondo finì in confusione) e, ahinoi, nella pedanteria di Grosso, si è passati al 3-4-3 (o meglio un 3-4-2-1) di matrice Gasperiniana (il suo maestro) del croato; corsa, pressing incessante, rapida circolazione della palla, ricerca di linee verticali. Dietro, difesa ferrea e arcigna. Tra i denti, la baionetta.

Alla prima contro il Bologna, sotto di un gol e per ottanta minuti in inferiorità numerica, il Verona non solo è riuscito a raddrizzare la partita, ma l’ha poi gestita e portata sino al fischio finale senza concedere praticamente nulla all’avversario. Prova di cuore, gambe, e cervello. Roba che piace alla gente, e infatti alla fine son stati applausi. Col Lecce, diretta concorrente per la salvezza, c’era un conto aperto dallo scorso anno, quando i salentini fecero bottino pieno incassando nel confronto diretto sei punti su sei. Juric non ha certo impostato una gara di prudente attesa, ma è andato dritto a prendersi il toro per le corna. E quando in campo manco aveva una punta vera, alla fine lo ha scornato.

Mariusz Stepinski

Ora, con l’arrivo di Mario il polacco (quell’altro, suggestione di mezz’estate, è andato a casa sua a Brescia), la punta ce l’ha e pure funzionale alle sue idee, senza dimenticare che Tutino ha forza nelle gambe ed è un partner d’attacco ideale, che l’eroe della promozione Di Carmine è lì che scalpita, che Tupta deve svezzarsi ma è bravo, e che Pazzini la sua mezz’oretta rapace la può ancora fare. In mezzo, di Zaccagni si accorgerà prima o poi Roberto Mancini, Henderson convince, Veloso a Verona ha trovato nuova linfa, Faraoni corre a pieni giri, e Amrabat va in battaglia come il feroce saladino. Dietro, Kumbulla a nemmeno vent’anni si muove con la tranquillità di un veterano, Rrahmani è una forza della natura, Gunter e Bocchetti mettono a servizio mestiere ed esperienza. Silvestri è uno dei migliori portieri in circolazione.

Basterà? Mica siamo Nostradamus, ma a volerla vedere, questa squadra tanto scarsa come qualcuno la dipinge poi non è. C’è tuttavia un altro aspetto che sinora è emerso più chiaro e forte di qualunque altro, ed è il più importante e significativo di tutti: al di là dei limiti, questo è un gruppo il cui comune denominatore è farsi in quattro l’uno per l’altro. Potrà retrocedere il Verona (e visto il livello della concorrenza, ci sta) ma, siamo pronti a giurarci, lotterà fino alla fine e verserà sudore sino all’ultima goccia. Vendere cara la pelle e giocarsela: è questo il mantra che la sua gente da sempre batte sui tasti e chiede. Ed è questo il mantra su cui insiste Ivan Juric. Bene così, suonare lo stesso spartito è già un buon inizio.

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Lorenzo Fabiano

Sono nato a Verona, dove vivo, nell'ormai (ahimè) lontano 1966; giornalista pubblicista, collaboro con il Corriere del Veneto, Gazzetta dello Sport, Hellas 1903, TuttoHellasVerona.it, Athleta e ovviamente qui su Il Nazionale. Amo soprattutto raccontare vecchie storie di sport. Ho scritto finora sei libri e sto ora lavorando al settimo. Altri ne verranno. Detesto urla e fenomeni di turno; la vera rivoluzione nasce dal recupero del buon senso, cosa che questo paese pare aver perso di vista da un po'. Citando Oscar Wilde, "amo parlare di niente, perchè è l'unica cosa di cui so tutto"

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