Daniele – il racconto di Natale

«Era una mattina bellissima, in pieno agosto, di quelle in cui non hai niente da fare, solo voglia di stare fuori all’aperto. Mia sorella era in ritardo e così ho convinto la mamma a lasciar andare me dal calzolaio, con la stupenda Vespetta bianca. Stavo benissimo, il sole in faccia, nessun pensiero, tutta l’allegria dei miei quattordici anni appena compiuti. Poi la macchina davanti a me ha frenato bruscamente, la mia Vespa si è infilata nel baule e io sono rimbalzato all’indietro. Abbiamo fatto due archi nel sole, io sotto e il mio casco che volava più alto e lontano di me. Mi sentivo leggero, fino all’impatto con l’asfalto e quel rumore Snap! – poi si è spenta la luce» .

Forse Daniele lo racconterebbe così quel giorno di trent’anni fa, l’incidente che gli ha quasi tolto la vita. Dopo l’intervento per ridurre l’ematoma, restò in coma per mesi, tra i lungodegenti del Sacro Cuore di Negrar, con la presenza costante della mamma. Ogni giorno si ripeteva uguale al precedente, con il ragazzino autonomo nel respiro ma sempre incosciente. Fino a quando, al solito “ciao Lele!” di suo padre, mosse appena la testa con un minuscolo sorriso. La sorella Viviana ricorda quel lungo pomeriggio come una serie di istantanee: la gioia di tutta la famiglia, medici e infermieri, tutti che abbracciavano tutti, la calma ritrovata e il peso enorme di dover raccontare come stavano le cose. Ricorda la faccia smunta guardarsi intorno, realizzare pian piano la stanza, prendere coscienza dell’impossibilità di muovere la parte destra del corpo, l’incapacità di parlare perché metà diaframma si rifiutava di pompare aria a sufficienza per far vibrare le corde vocali. Gli occhi di Daniele sembrarono occupare tutta la sua faccia, diventare talmente grandi da poter esplodere, fino a riempirsi di terribili lacrime, silenziose.

Daniele alla Giornata della Gioventù

«Da allora, non l’ho mai più visto piangere. Ha deciso di essere felice, di combattere per la sua vita e ogni giorno lo trascorre a cercare qualcosa di nuovo da imparare, qualche nuova abilità con cui sorprenderci. – racconta la sorella Viviana che, con mamma Anita, completano il quadro degli eroi di questa storia. Una famiglia che si è unita nella caparbietà di non arrendersi al destino, che insieme ha superato la morte prematura del padre e affrontato giornate infinite di riabilitazione, caricando Daniele sulla 126 e portandolo su e giù per tre piani di scale “come uno zainetto.» Con risultati davvero sorprendenti.

Come confermato anche da una recente visita dell’orgoglioso dott. Avesani, direttore del Dipartimento di Riabilitazione al Sacro Cuore, Daniele negli anni ha recuperato tanta, tantissima autonomia: riesce ad alzarsi dalla sedia a rotelle e a fare qualche passo sostenuto, compie da solo tutte quelle piccole funzioni così abituali per noi, tipo lavarsi i denti, mangiare, vestirsi. Anche a livello cognitivo, è tutto perfetto e funzionale, con un’unica cicatrice invisibile (oltre a quella rimasta sotto i capelli, come un’aureola) che lo ha lasciato fermo agli anni ‘80, selezionando attentamente i ricordi e rimuovendo parte dell’infanzia, oltre all’incidente stesso. Al suo risveglio Daniele ha iniziato una vita nuova, difficile e faticosa ma anche piena di amore e piccole grandi conquiste.

Sul pullman coi butei

Ha superato anche l’ostacolo della comunicazione, inventando una specie di linguaggio fatto di gesti e sguardi, accessibile solo ai suoi cari, e creando una sorta di alfabeto complesso da portarsi dietro per tutti gli altri. Con l’aiuto del suo PC, Daniele aggiorna costantemente la tavoletta plastificata che porta appesa al collo, inserendo parole o concetti sempre nuovi, ad esempio la chiocciolina @, ormai parte di tutte le nostre vite. Un sistema semplice ma efficace, che gli permette di interagire con le persone; forse sarebbero bastati anche gli occhi, a dir la verità, occhi che non ti mollano un secondo, che annuiscono e sorridono, che indicano la direzione e si illuminano in frequenti sorrisi.

La sua passione più grande è il calcio e le sue giornate trascorrono nella postazione sul divano, dove è in attesa la sua opera più grande: un’agenda in cui riporta gli avvenimenti sportivi del giorno, annota i risultati delle partite, chi ha giocato e chi è stato sostituito, gli infortuni e i recuperi. Una sorta di almanacco dettagliatissimo che utilizza come base dati per aggiornare le pagine Word nel suo PC, in cui si trovano le sue classifiche, i marcatori e le statistiche della serie A. Un lavoro incredibile, certosino, che non ammette errore e che gli permette di distrarsi dalla noia quotidiana, ogni volta che non può fare un giretto al parco con la nuova carrozzella elettrica.

Parterre, un settore speciale

È un grande tifoso del Verona e da molti anni sempre presente nel settore di Parterre dedicato dalla società ai portatori di handicap. Il Verona è ben organizzato sotto il profilo dell’accoglienza, con i due Supporter Liaison Officer, Cacciatori e Poncari, sempre disponibili e pronti a intervenire in caso di necessità. Lo stesso non si può dire di altri stadi e, con un Daniele scatenato nelle trasferte, la sorella racconta di situazioni al limite dell’assurdo.

«Non è una questione di impianti vecchi e poco accessibili, quei problemi sono quasi ovunque superati; è solo che, con l’inasprirsi delle normative di sicurezza, risulta più comodo (o meno costoso?) rifiutare l’accesso ai disabili piuttosto che assumersi una responsabilità. Manca una programmazione che dia direttive univoche, ognuno fa quello che vuole: ci sono stadi dove è tutto facile e altri in cui è necessario registrarsi sul sito, fornire informazioni molto sensibili e attendere di essere autorizzati; a volte invano, come è successo per la Juventus. Funziona con la registrazione anche il Meazza di Milano, dove però si possono usare le credenziali per tutte le partite, in accredito automatico.»

A volte si segue la partita con i tifosi speciali della squadra di casa, con somma gioia dello spirito ultras del Lele, che mi mostra i gestacci che volano in questi casi. Un modo, anche questo, per assurdo, di sentirsi esattamente uguali agli altri.

«Anche questo aspetto è lasciato alla sensibilità che le singole società hanno per l’inclusione. In alcuni stadi ci sistemano al coperto, in altri a bordo campo, altrove addirittura in tribuna con le autorità. Ovunque però, almeno un problema si presenta sempre, anche qui a Verona. I posti di parcheggio riservati ai disabili non sfuggono all’inciviltà che circonda gli stadi di tutta Italia e sono occupati da chi non avrebbe diritto, nell’impotenza della polizia municipale a rimuovere, o anche solo multare, i veicoli nei giorni di gara. È una battaglia che continuo da tempo, mandando continue email e segnalazioni ai vigili, alla società sportiva, ai consiglieri comunali. Vanno dedicati, garantiti e protetti degli stalli per le auto dei disabili, in modo da complicare un po’ meno la già dura vita degli accompagnatori o dei disabili stessi.»

Sembra in effetti una piccola scelta di civiltà, neanche tanto complicata o costosa da realizzare: basterebbe creare un’area presidiata sull’isola pedonale, anche più di una, in base al numero degli “abbonati speciali” e mettere uno steward ad impedire l’accesso ai non autorizzati. In attesa di una regolamentazione che permetta a Daniele di accedere sempre e in ogni stadio dove gioca il suo Verona, almeno si può cominciare a semplificare gli spostamenti in quello della nostra città. Serve davvero poco per rendere felice Daniele e i tanti nella sua stessa situazione, persone con un tale credito nei confronti del destino che pare disumano non fare di tutto per accontentare nelle piccole cose, di enorme valore per loro.

Viviana, voglio andare allo stadio!

«Se manco io, Verona perde. Devo andare» dice orgoglioso con la sua tabella e il sorriso ammiccante contagia tutti quelli intorno a lui, reporter irrimediabilmente inclusa. Chi incontra il Lele non può non sentire una gioia profonda, un calore che da lui promana e fa sparire gli angoli bui di una giornata, una specie di polverina magica che lo circonda e ricopre sofferenze e paturnie; tutto si ridimensiona, diviene futile, trascurabile al cospetto della incredibile forza di quest’uomo e della sua supersorella.

Intorno a lui c’è uno spirito di rinascita, una vitalità capace di catturare anche lo Scrooge più refrattario, lo spirito del vero Natale tutto l’anno.

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Barbara Salazer

Gira il mondo da una vita, collezionando facce e storie, ma torna sempre a casa, prima o dopo. Ha forse sbagliato studi e lavoro, ma non rinnega nulla e crede fermamente nel dare a se stessi una seconda (e terza...) opportunità. Ama la vita, la musica, i libri, il caffè e la stout. Odia la gente, ma non può farne a meno. Sta scrivendo una "Teoria della Lentezza" che potrebbe anche arrivare in libreria, con molta calma. Ha un solo difetto: l'Hellas Verona.

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