Il genio. Un racconto per chi resta sveglio

Sono un fottuto genio. Sai quella cosa che non sai ancora di avere in testa? Quella domanda banale, pedante e in sostanza superflua che scaturirà spontanea nel tuo cervello durante questa nostra conversazione? Ecco, io ho già la risposta. E probabilmente anche alla successiva.

Io ci arrivo prima. Da sempre. Bambino precoce, prodigio dicevano. Stupidate risibili, non capirò mai questa mania di catalogare tutto, dare un’etichetta a sentimenti e comportamenti, imbrigliarli in uno schema per poterli controllare, perfino modificare a volte. A voler essere onesti, però, l’unico miracolo che abbia mai compiuto è resistere a quella tentazione fortissima, che più volte si è riaffacciata alla mia mente, di ammazzare tutti.

Entrare una mattina in ufficio, o una domenica a messa, o una sera allo stadio, con un fucile mitragliatore e diverse cartucciere nello zaino. Sia messo agli atti: senza alcun motivo ideologico, mica come quegli invasati che girano a caccia dei loro 15 minuti di popolarità. Mi disgusta ogni tipo di ideologia etero-indotta, credo solo nella mia mente infinita e nella sua capacità dimostrata di scegliere il giusto in ogni situazione. La mia morale non ha bisogno di nutrirsi delle vostre dottrine, sta benissimo da sola, ma grazie del pensiero.

Arrivare sereno e ammazzare tutti è un sogno che coccolo fin da bambino, da quando la morbida, calda, succosa tetta mi fu preclusa per sempre. Mentre mio padre cercava di distrarmi e mia madre resisteva ai miei tentativi di divincolarmi, di girarmi con le manine tese per raggiungerla, dentro di me si accendeva la lucina lampeggiante che accompagna il “mayday” in qualsiasi film di guerra. È un sogno tutto sommato piccolino, per niente difficile da realizzare; ma ci siete ancora tutti, non l’ho mai fatto.

Ci penso ancora spesso, anche mentre parlo con te, adesso, penso a cosa ci vorrebbe per fare qui una strage di testine vuote. Quale strategia e quali armi siano preferibili in base al contesto specifico e al numero di presenti; le possibili vie di fuga e soprattutto il gran botto, la fiammata che illuminerà la notte, così come illumina ora il mio sguardo. La luce meravigliosa che tu interpreti come intelligenza e genio, perché un pensiero sveglio ce l’hai pure tu ogni tanto, è accesa in realtà dal film apocalittico che proietto ancora e ancora, il mio piccolo sogno. Ma resisto. E se non vuoi chiamarlo miracolo, quantomeno io lo trovo prodigioso.

Non puoi capire quanto mi annoi tutto il giorno, senza nessuno che mi sorprenda davvero. Ho capacità di analisi superiori, che mi danno la soluzione ancora prima di arrivare in fondo all’equazione, anche senza finire di leggerla, la cazzo di stringa di lettere e numeri. Mi permettono di decidere se hai problemi di qualche tipo anche da come alzi lo sguardo per guardare se vien da piovere. Uno tranquillo, per dire, fa un movimento rapido a 170°, un destra-sinistra casuale e va per la sua strada. Tu, con le tue ridicole angosce, stai già annusando l’aria come un pointer in brughiera, calcoli direzione e velocità del vento che nemmeno un velista in solitaria e poi, quando ormai hai una tua idea sul tasso di umidità, alzi la testa per trovare conferma nella forma delle nuvole, nel colore del cielo in tutti gli orizzonti valutabili. E alla fine resti, non vai. Non vai mai. Perché in fondo non era così urgente da rischiare di incontrare il temporale, non ti è sfuggito il  piccolo cirro apparso nella periferia estrema del blu andaluso circostante.

Siete tutti così prevedibili; e inutili, nella gran parte dei casi. Faccio eccezione solo per un paio di categorie: gli spazzini, i panettieri e le puttane, tutta gente che non dorme come gli altri. Dormire è la vera malattia dell’uomo moderno, il vero cancro della società.

Vi addormentate tutti insieme, vi svegliate alla stessa ora, vi trascinate fino a sera per arrivare stanchi e dormire ancora. Lo capisci che è una spirale perversa, il cui ultimo stadio è la cancellazione della propria volontà? Lascia stare con la storia che il sonno è un bisogno primario, io non lo nego. Anch’io mi riposo ogni tanto, quando questo cervello iperattivo rallenta un pochino. Ma la routine del sonno-veglia, della s-veglia impostata ogni giorno alla stessa ora, del corpo talmente assuefatto da riscuotersi da solo anche quando ti dimentichi di puntarla; è questa noia che vi distrugge, siete troppo assonnati per ragionare in modo indipendente, vi fate bastare un pensiero pre digerito, una “abridged version” della realtà e continuate a dormire anche in piedi. Non siete mai svegli, mai veramente.

Guarda il panettiere invece, questo nobile difensore di un orario diverso, che lotta ogni giorno per conciliare il suo ritmo di lavoro con il ritmo vitale della sua famiglia, degli amici. Gli si formano difese immunitarie incredibili, altro che lo spiffero che vi frega a voi. Lui infila la testa nel forno a 500 gradi, poi esce all’aria aperta in maglietta anche d’inverno e inala farina tutto il giorno ma si sente felice. E sai perché? Perché dalle sue mani nasce la vita, quando sorride e arrotola gli sfilatini sta assicurando la continuazione della tua vita, essere inutile e balbettante. Trovamene un altro con la stessa abnegazione e indifferenza a chi sei o non sei, un altro che è contento solo quando quel che ha prodotto con le sue mani viene distrutto. Il panettiere è un eroe scontato, di cui nessuno si accorge, un batman tutto imbiancato che sforna vita.

Sotto la mia finestra spazzano le foglie con regolarità. È un quartiere di lusso, con gli alberi in bella fila sui marciapiedi e tutte quelle fottute radici, che ogni volta cercano di uccidermi. Alle quattro, o comunque prima dell’alba, arriva lo spazzino con il suo simpatico triciclo verde scoppiettante, un bambinone cresciuto un po’ storto, diciamolo, che prende una ramazza da strega e comincia il suo swoosh-swoosh sul marciapiedi. Lo fa cantando. Ha una voce bellissima, canta arie d’opera che fanno cagare ma non è questo il punto. Il mio spazzino si alza a notte fonda, raccoglie le cose che tu hai buttato in terra, raccoglie la tua immondizia, in modo che al mattino si riconfermi in te la percezione di un mondo bellissimo e perfetto. E lo fa cantando. Ti ricordi quando è successo mai a te, di dirigere la tua azienda inutile con la stessa leggerezza nel cuore del mio spazzino? Quando sei andato a prendere i bimbi a scuola canticchiando sottovoce? Eh no. Tu dormi. Dormi e non ti svegli.

Dai su, è inutile che ti agiti così, non provare nemmeno a recriminare. So già dove vuoi parare, so già tutte le tue prossime domande, le tue obiezioni; non c’è niente che tu possa opporre alla mia lettura della realtà che non abbia già sentito o immaginato nella mia testa. Arrivo alla fine della tua analisi mentre tu stai ancora mettendo in fila gli elementi. Puoi irretirti, scandalizzarti, puoi forse alzare la voce. Ma ogni cosa che dirai e anche ogni cosa che penserai di dire ma non dirai per paura dell’errore sarà inesorabilmente fallace.

Il mondo è per chi resta sveglio, per chi vive sceglie decide si schiera. Senza perdere il filo del ragionamento in digressioni e deviazioni e distrazioni. Tu vivi in un coma profondo, i tubicini alimentano il tuo cervello assopito con idee e preferenze non tue, con posizioni ideologiche inamovibili ma tristemente partorite da qualcun altro, con necessità e bisogni che non senti. Non ti incazzare ora, non serve urlare. Stai sereno, ordiniamo un altro Negroni.

Cosa? Eh no, mi dispiace. Sei fastidioso, irritante, vuoi pure aver ragione e quindi no, non ti racconterò mai perché la puttana è l’essere vivente più felice sulla terra.

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Barbara Salazer

Gira il mondo da una vita, collezionando facce e storie, ma torna sempre a casa, prima o dopo. Ha forse sbagliato studi e lavoro, ma non rinnega nulla e crede fermamente nel dare a se stessi una seconda (e terza...) opportunità. Ama la vita, la musica, i libri, il caffè e la stout. Odia la gente, ma non può farne a meno. Sta scrivendo una "Teoria della Lentezza" che potrebbe anche arrivare in libreria, con molta calma. Ha un solo difetto: l'Hellas Verona.

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