Madame Foile – fili che tessono e connettono

Vaganza.
Non è esattamente una vacanza.
Con la vacanza condivide la scoperta o il ritrovamento di luoghi inusuali, un ritmo che si fa un po’ più lento o, comunque, diverso, la ricerca del bello.
Rispetto alla vacanza eccede per l’inquietudine della ricerca e del desiderio di incontro e per l’utilizzo di strumenti da nomadi digitali per il lavoro.

Si fa vagando.
È una delle mie pratiche preferite e, nel farlo, eccedo spesso negli incontri. Non ne posso fare a meno, di questa storia degli incontri. E, pensa che ti ripensa, credo di non poter evitare di raccontarli, gli incontri.

Nascono così queste “storie”, extraterritoriali rispetto a Verona. Connesse a lei attraverso me. Ché da Verona parto e a Verona torno, nelle mie vaganze. L’idea di raccontare queste storie nasce in un giorno in cui facevo la pedagogista nomade digitale in un bar al Poetto, in Sardegna, pensando che il vero smart working, dopotutto, è questo: poter lavorare in riva al mare e mettere i piedi sulla sabbia quando sei stanca e poi riprendere. L’università di Oxford non ha ancora fatto una ricerca al riguardo, ma io lo so che ne risulterebbe una produttività aumentata. Lo so e basta. Nasce lì, dunque, quando un’amica mi scrive: «Conosci l’Ecole de Madame Foile? Secondo me ci devi andare!»

La vaganza è fatta di serendipità: è quello che ti succede mentre fai dell’altro. Ho, quindi, fatto una telefonata a Veronica Usula, la fondatrice dell’Ecole, verificato il trasporto pubblico e… sono partita.

Villacidro. Paese in cui nasce Madame Foile

L’Ecole de Madame Foile nasce nel 2012, a Villacidro, vicino Cagliari. È ospitata in una casa campidanese che Veronica ed Elisabetta hanno ristrutturato nel tempo, con l’aiuto delle donne che vi sono accolte, occupandosi della struttura e dell’arredo interno, perché fosse un luogo accogliente, bello, creativo e unico. È un progetto di donne con sofferenze mentali e aperto a donne che desiderano apprendere pratiche artistiche antiche e femminili, interpretate come pratiche interiori e non come tecnicismi, a partire da riflessioni sulla sofferenza, sul dolore e sulle emozioni. Si declina come una casa-accoglienza dove si imparano forme di artigianato tessile, come la filatura, la tessitura e la tintura naturale.

Un telaio che le donne del progetto usano per produrre artigianato.
Dettagli di opere prodotte

Incontro Veronica e le donne della casa in un pomeriggio uggioso. Mi accolgono come si accoglie un’amica che è arrivata per l’ora del tè. Non ci si fa troppe domande su chi sia pedagogista, educatrice, maestra, utente. Sono declinazioni che non sono necessarie e questo mi solleva molto. Mi colpisce la formula individuata: un’accoglienza per donne che vivono disagio psichico ed emarginazione, che va oltre l’idea incasellata della struttura educativa pura e cruda e che cerca una forma di intervento tutta sua. Nel mio vagare lavorativo spesso ho ravvisato che le strutture per donne, per loro essenza, partono da una chiusura e la separazione con il mondo rischia di essere alta, fino a sfiorare la ri-emarginazone o ri-vittimizzazione. L’apertura con cui sono stata accolta e la disposizione di casa a scuola, dove il tempo della pausa diventa tempo non di separazione ma di ripartenza, sono state un’immediata testimonianza di come sia possibile costruire un mondo altro, a partire da piccoli gesti.

Dettagli dell’interno

Nella presentazione dell’Ecole, Veronica e le altre dicono che si «basa su tre principi: incontro “io ri-cerco e ri-trovo me stessa e l’altra”; creazione, “io, donna, genero la vita e l’azione artistica”; sofferenza “il mio dolore porta alla rivelazione della bellezza”». Per fare questo, il progetto è articolato, appunto, in una commistione di artigianato, arte e comunità integrata. Filatura, tintura della lana, sartoria, macramè e arti femminili in genere si combinano con una convivenza stabile, che porta alla condivisione della vita quotidiana, in un’ottica di solidarietà, abbracciando ogni forma del vivere, dalla più semplice alla più profonda.

Questi aspetti emergono da tutta la struttura e da come le donne al loro interno si muovono.
La cura degli interni bilancia la conservazione delle radici campidanesi, con un salottino tipico, con la sperimentazione artistica e creativa. Se non c’è spazio per una libreria, i libri diventano una parte colorata che conduce alle stanze. I telai e i fusi utilizzati sono pensati per essere utilizzati da tutte le donne e alcuni custodiscono dei segreti di realizzazione, che solo Veronica sa. Gli oggetti, che vengono realizzati come forma di autosostegno del progetto, sono curati nel dettaglio, per esprimere il valore artistico e artigianale ed essere riconosciuti per quello e non per essere parte di un progetto solidale. Veronica è molto attenta a questo aspetto e per me, che sono allergica ai «mercati della misericordia», è un’ulteriore conferma della ricerca non solo artistica e artigianale, ma anche relazionale e di comunicazione dello spazio.

Dopo la nostra chiacchierata, alcune donne vanno al cinema. Io resto un poco a farmi raccontare pezzi di storie, non tutte narrabili, ma anche semplicemente, da custodire. Mi colpiscono le parole di una delle donne, che dice, qui c’è una regola «quando sbagli, non devi cancellare», perché potrebbe essere che stai facendo qualcosa che ha valore, che sia quello che dovevi fare, insomma.

Ci lasciamo, dicendoci che ci ritroveremo alla prossima vaganza utile.

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Maria Antonietta Bergamasco

Maria Antonietta Bergamasco

Veronese di adozione, costantemente spaccata tra un lavoro sociale, che è politico e punta a un cambiamento possibile del sistema di welfare a Verona, e un vagare alla ricerca di incontri lenti con chi si dedica all'innovazione in questo settore. Convinta, da sempre, che se il lavoro sociale non si racconta, non possa essere veramente tale; quando può mette insieme storie per condividerle.

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