Piazza Nicolajewka, tra presente e passato

Ci sono luoghi della città che appaiono insignificanti, che nulla hanno da ricordare, che nemmeno sono crocevia per itinerari turistici o per pendolari d’azienda o per scolari. Sono zone di Verona per molti sconosciute, emarginate, dimenticate dalla folla dello “struscio” o dalle rotte degli autobus, perfino forse dai vigili addetti alle infrazioni della sosta. Eppure, ognuno di questi luoghi ha la sua personale storia, celata ai più. In casi più rari nemmeno il passato del luogo viene in aiuto nel valorizzarlo, e allora corre in supporto il nome, quello che a vie e piazze viene assegnato con pubblica celebrazione, taglio del nastro e affissione della targa.

Piazza Nicolajewka, in Borgo Roma,  probabilmente appartiene a quest’ultima categoria: luogo di borgata, di forma squadrata e cinta su tre lati da palazzine di impronta popolare ormai datate, con al centro del verde scarno, alternato qua e là a cemento, panchine e qualche albero che sembra lì più per dispetto che per volontà estetico-ambientaliste. Di lato una strada stretta, ma dall’intensa viabilità quale è Via Scuderlando. Alzi la mano il veronese che non sia mai passato almeno una volta da questa via, direzione centro o, specie durante il Vinitaly, alla ricerca di fantasiose e inutili scorciatoie con il miraggio di un’immissione in autostrada scevra da code. Non sarebbero in molti a farsi avanti, visto che si tratta di una zona di passaggio come poche. Eppure, tra i tanti che attraversano occasionalmente o quotidianamente Borgo Roma e quelle vie, sono una netta minoranza quelli che hanno consapevolezza di dove sia effettivamente ubicata Piazza Nicolajewka, così anonima e impersonale a tal punto che il cittadino passa e va, senza nemmeno tributarle un secondo di attenzione. Non c’è motivo per fermarsi a Piazza Nicolajewka. Viene da chiedersi perché un nome così evocativo, così altisonante, così foneticamente foresto, sia stato assegnato a una piazza che nulla ha di caratteristico o menzionabile, almeno in apparenza.

Uno dei palazzi che si affacciano su Piazza Nicolajewka

Nel pormi questa domanda, risoluto a darmi delle risposte, decido dunque di spendere qualche minuto della mattina del 25 Aprile proprio in questo luogo di Verona, vuoi per istintiva simpatia verso un angolo apparentemente irrilevante della nostra città, vuoi come forma di personale celebrazione della Festa Nazionale. La giornata con meteo variabile lascia prevedere grigiore e umidità, invece giungo in loco proprio in un isolato momento di luce primaverile: sceso dalla vettura, gli iniziali passi verso la prima panchina a tiro sono caratterizzati da sospetto e inquietudine, forse trasmessa dai palazzi incombenti, apparentemente privi di segnali di vita, se non per qualche pianta sui balconi o qualche tapparella alzata a giorno. Dall’altra parte della piazza due signore conversano sedute su una panchina simmetrica alla mia. Nel circondario sembrano le sole a vivere volentieri quel luogo, a sentirlo loro. Eppure, che ne sapranno di Nicolajewka, di quella battaglia che per gli italiani divenne simbolo dell’intera tragica campagna di Russia nel corso della Seconda guerra mondiale? Proseguono la conversazione, ignare dei miei dubbi e forse anche del nome stesso della Piazza. Badanti? Che siano russe? No, le badanti semmai sono tutte dall’Ucraina, per definizione e confondere Russia e Ucraina al giorno d’oggi è peggio che dare del vicentino a un veronese o viceversa.

 

La campagna di Russia

A disagio per l’umidità montante, mi sposto verso il monumento eretto in memoria degli Alpini caduti in battaglia, destinato oggi solamente alle sortite di qualche piccione. Memoriali, sculture, lapidi apposte per futura memoria lasciano un segno indispensabile, ma sono per lo più generalisti e faticano a rimanere vivi quanto nel momento in cui sono stati inaugurati: interrogo il web e scopro che 61.155 furono gli Alpini coinvolti nella Battaglia di Nicolajewka e circa 40.000 non ne uscirono vivi. Diventano dettagli quasi trascurabili a distanza di ottant’anni, ma qualificano e quantificano. Un piccione, nel tempo in cui la mia mente elabora certi numeri, con innegabile facilità si è spinto fin sulla testa dell’alpino, poi spicca il volo e sparisce. Nella piazza è rimasto solo un anziano dagli abiti modesti, ma perfettamente abbinati cromaticamente: si parte dal grigio delle scarpe, per progredire in diverse sfumature verso le tonalità marroni nel risalire fino al cappello. È elegante, solo.

C’è vuoto intorno: anche per questo mi piacerebbe raffigurarmi i luoghi sul Don, immaginarmi la ritirata delle truppe che incedono nella neve, sentire per un attimo il freddo della steppa invernale, o magari ridere di quella improponibile e assurda barzelletta che fu l’idea di conquistare la Russia senza mappe, privi di munizioni adeguate all’inverno e in spalla degli sci del tutto inadatti a muoversi in quel territorio. Mi piacerebbe riderci su, perché non può essere stata altro che una barzelletta la Campagna di Russia. Già, una storiella da 120.000 morti tra le truppe italiane. Eppure no, non riesco a pensare, il senso di vuoto assale anche la mente. Non si può concepire una Nicolajewka o qualsiasi altro avvenimento di quel genere, se non avendolo vissuto, se non avendo calpestato quel terreno o avendo battuto quelle medesime trincee. È per questo forse che dimentichiamo, che confiniamo nell’oblio, perché non troviamo né ragioni né chiavi di lettura: nella più classica delle giornate lavorative, fermi in attesa del verde semaforico di Via Scuderlando, sentiamo il bisogno inconscio di volgere altrove lo sguardo sulle nostre faccende quotidiane, non sulla Piazza, non sul monumento ai caduti.

Marco Paolini ne “Il sergente”, tratto dall’opera di Rigoni Stern

È così per noi italiani, ma non solo: in Russia Nicolajewka addirittura non esiste più, un tempo era un luogo, un nome sulle mappe, oggi non c’è nulla che la ricordi. Lo aveva raccontato anche il regista e attore Marco Paolini nella sua magistrale trasposizione teatrale del testo Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern: Nicolajewka per i Russi è una delle tante battaglie che nessuno ricorda più, tante altre, anche peggiori, ne sono arrivate prima e ne sono state combattute in seguito. Per noi italiani invece rimane, pur sfuggente e sfocata, un briciolo di memoria incastonata in quella Piazza, così anonima e periferica.


Lasciando mestamente il quartiere scorgo, qualche caseggiato più in là, un tricolore che pende da un terrazzo. Basterà?

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Lorenzo Mori

Lorenzo Mori, nato a Verona 11 anni dopo l'alluvione di Firenze e pochi mesi prima del rapimento Moro, si alterna tra la professione di consulente free lance (un po' commercialista, un po' controller) e il ruolo di allenatore di pallavolo. Papa' da qualche anno, ha sempre sognato di scrivere un trattato sulla città ideale, ma non lo farà mai; nel frattempo importuna gli amici di Facebook con post di lunghezza immane e pesantezza insopportabile. Nostalgico quanto basta della "polis" greca e dei campioni alla Roberto Baggio, è soprattutto appassionato di neve e boschi e il suo motto preferito, di gucciniana memoria, è: "Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere"

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