Recup: combattere lo spreco alimentare e l’esclusione sociale, attraverso il fare

Recup è un progetto che combatte lo spreco alimentare e l’esclusione sociale, recuperarando il cibo prima che sia buttato via, dividendolo tra buono e non e redistribuendolo a chiunque voglia prenderlo. I beneficiari sono gli stessi esecutori del lavoro e in questo modo si crea un concetto di collaborazione e comunità tra persone diverse: un contatto interculturale e intergenerazionale che prima mancava. Ciò che ha perso valore economico, può ritrovare valore sociale.

È questa la vision del progetto Recup, che raccontiamo attraverso le parole e l’incontro con Marco Tirozzi ed Elisa Lonardi, rispettivamente ideatore e assidua volontaria del distaccamento veronese di un più ampio progetto nazionale, nato a Milano, e oggi Associazione di Promozione Sociale.

Quale è il cuore di Recup e come funziona?

«Recup è un’iniziativa che nasce per combattere lo spreco alimentare, intercettando il cibo prima che vada buttato. Viene redistribuito, tra gli stessi recuperanti, sul luogo, nei mercati rionali. A Verona siamo presenti allo Stadio. L’aspetto interessante è innovativo è proprio questo: chi recupera la frutta e la verdura è anche il fruitore, che poi la riutilizzerà e non vi sono differenze tra chi è volontario e chi si affianca al progetto per curiosità o per bisogno. In questo senso, ognuno è partecipe allo stesso modo e in maniera molto semplice, si mettono insieme persone diverse, di diversa età, provenienza, impiego… L’idea base è stata quella di riorganizzare un gesto spontaneo: alcune persone ci hanno detto che venivano mal interpretate, quando da sole chiedevano di avere la verdura di scarto, tanto da doverla recuperare direttamente dai cassonetti, perché trovavano intollerabile lo spreco. Insieme, invece, siamo riusciti ad aumentare la dignità di un gesto che non dovrebbe essere stigmatizzato, ma si dovrebbe mal tollerare il contrario e, cioè, il buttare qualcosa che è ancora buono.»

Da dove viene questa idea?

«Principalmente viene da un’intuizione di Marco: mi è sempre piaciuta l’idea di recuperare il cibo e ciò che non è più bello da vedere, ma è commestibile. Attraverso i canali social, sono venuto a conoscenza di Recup Milano, grazie a un’amica, che me lo aveva segnalato 2 anni fa. Ho lasciato questo sogno nel cassetto per del tempo, poi una mattina mi sono svegliato, ho chiamato un amico e abbiamo pensato di partire, provando a replicare proprio l’esperienza milanese. La settimana dopo invece di 2 siamo andati in quattro e dalla terza volta in poi si è creato un gruppo di una decina di persone e da lì abbiamo deciso che quello era un modo con cui stare insieme e attivarci, facendo qualcosa che ci piacesse e da cui potevamo trarre beneficio. Abbiamo fatto alcuni tentativi, per capire come funzionava e ci siamo appassionati così tanto, da chiederci se costituirci in associazione o richiedere l’affiliazione a Milano. Da marzo a oggi, siamo stati assenti solo tre volte. Questo ci ha permesso di iniziare a creare un legame con il territorio ed è stato possibile, crediamo, perché questa è una faccia nuova del volontariato: non lo percepiamo come un impegno gravoso o un dovere, ma come il piacere di incontrarci e di impattare sulla società in modo semplice, attraverso il fare. Non facciamo una cosa nuova, ma attraverso una pratica facile e leggera, riusciamo a diffondere in maniera efficace un messaggio antispreco fondamentale, che diversamente non si riesce a far comprendere.»

Come funziona la giornata tipo del recuppiano?

«Arriviamo verso pranzo e andiamo a trovare i venditori che ci appoggiano e facciamo una chiacchera con loro, gli raccontiamo delle evoluzioni del progetto o, semplicemente, ci diciamo come stiamo. Il livello di organizzazione poi sta crescendo via via, c’è sempre maggiore organizzazione, cerchiamo di costruire una sorta di banco, per appoggiarci, che renda visibile il cibo, sopraelevarlo, oltre a renderlo più visibile, gli conferisca anche quel riconoscimento che spinge le persone ad andare oltre allo scarto. E poi ognuno ha il suo compito: c’è chi staziona al banco, chi recupera le cassette, chi divide tra quello da salvare e quello da buttare e, infine, chi lo redistribuisce.»

Quale è il vostro rapporto con i venditori?

«Abbiamo stretto relazioni con quattro venditori, molto diversi tra di loro, ma unanimemente consapevoli dell’importanza di ciò che facciamo: ci appoggiamo a un grande punto vendita, con verdura a prezzi accessibili e molti dipendenti (pensa che qui c’è stato un momento in cui una di noi ha lavorato lì, per dire quanto il legame si costruisce ed evolve ogni giorno); questo punto controlla altri due banchi, uno dei quali ci supporta, appunto; poi ci sono due fratelli, che lavorano su piccola scala, con verdure in quantità e di stagione e che hanno capito perfettamente come funzioniamo e ci donano quello che butterebbero; infine c’è un venditore che abbiamo conquistato solo quando ci ha visti con la maglietta e ha iniziato a sostenerci, a dire quanto sia stato importante iniziare un percorso di riconoscimento e visibilità.»

Lo raccontereste questo percorso di visibilità e di contatto con Milano?

«Dopo alcuni scambi a distanza, siamo andati a Milano, dove ci hanno spiegato il loro funzionamento e abbiamo realizzato che stavamo facendo proprio la stessa cosa. L’aspetto bello di questo incontro sai quale è stato? Che ci siamo trovati proprio nella pratica, a fare Recup insieme, a Milano, quindi ci siamo intesi nell’azione, prima ancora che nelle parole. Recup Milano ha più di 10 poli ed è un’esperienza iniziata nel 2014. La differenza rispetto a noi, è che partecipano molti studenti, mentre noi siamo lavoratori e questa cosa non ci permette di aprirci ad altri mercati cittadini, che sono infrasettimanali.»

Quale è il vostro legame?

«Siamo un gruppo territoriale di un’APS Nazionale. Noi crediamo di rappresentare un avanzamento per l’associazione Recup, perché siamo gli unici fuori dalla Lombardi. Siamo sotto il loro cappello giuridico, ma siamo più di un braccio esecutivo, perché il livello di esperienza e le storie delle persone che sono nel gruppo di Verona, ci rende quasi alla pari. Siamo, insomma, la dimostrazione che il loro è un modello replicabile e scalabile. In più quello sta succedendo è che c’è un grande scambio di pensiero, su come gestire la comunicazione e rendersi sostenibili, per esempio loro hanno tutta una parte sviluppata di didattica, mentre noi abbiamo un legame particolare con il territorio».

In questo legame particolare con il territorio, possiamo citare la Social Street di via Venti Settembre?

«In parte sì, certo. Come in tutte le organizzazioni, anche nella Social Street si sono creati dei gruppi di interesse: chi fa la cena sociale, chi fa jogging insieme, il progetto del cinema… quello che è successo lì è che all’interno della Social ci siamo riconosciuti come persone simili, che avevano medesimi interessi, a partire dal non subire il territorio, ma da viverlo attivamente, per fare e cambiare il contesto sociale. Molti volontari vengono dalla Social e alcuni di Recup si sono avviati alla social, perché all’inizio, quando non avevamo ancora la nostra pagina Facebook e Instagram, pubblicavamo le call per il mercato sulla pagina della Social Street. Diciamo che Recup ha attivato la parte giovane della Social Street in qualche modo. E al Giardino Ex-Nani abbiamo fatto i nostri primi due brunch, di promozione e fundraising del progetto.»

Quali sono le vostre prospettive?

«Vorremmo diffondere maggiormente una cultura antispreco e agire in maniera più coordinata su alcuni aspetti organizzativi. Sarebbe importante interpellare realtà simili – come già accade con la Social Street e D-Hub – o spingersi fino a interpellare le istituzioni o le partecipate del Comune, come AMIA. In secondo luogo, in estate abbiamo notato che alla fine del mercato restavano più verdure di quelle che riuscivamo a distribuire: sarebbe importante completare la filiera e avere qualcuno che viene a recuperare il non redistribuito, per renderlo disponibile per altri, anche in altri luoghi. E poi ci piacerebbe avere un punto di riconoscibilità allo stadio, come una bacheca permanente in cui rendere conto di quello che facciamo. Infine, ci sentiamo di fare quasi un appello: sul sito, nella sezione collabora con noi è possibile scriverci direttamente (abbiamo anche un indirizzo e-mail: recupverona@gmail.com). Ci piacerebbe aumentare la forza del mercato dello Stadio o partire con Borgo Venezia, che è anche il mercato più vicino all’università e che potrebbe interessare qualche studente, mantenendo sempre lo spirito che siamo riusciti a suscitare fino ad ora. Insomma, vi aspettiamo. Ah, e a proposito di Social Street: domenica 26 gennaio proporremo un nuovo brunch al Giardino del Nani, in via Venti Settembre, 57/A.»

 

Per approfondire sulla Social Street Verona leggi qui.

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Maria Antonietta Bergamasco

Veronese di adozione, costantemente spaccata tra un lavoro sociale, che è politico e punta a un cambiamento possibile del sistema di welfare a Verona, e un vagare alla ricerca di incontri lenti con chi si dedica all'innovazione in questo settore. Convinta, da sempre, che se il lavoro sociale non si racconta, non possa essere veramente tale; quando può mette insieme storie per condividerle.

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