Uno sguardo su Verona dalla Colombia

Pablo è al telefono con la moglie mentre concentrato le comunica la sua nuova strategia mediatica per ritornare in corsa, ora che sembra alle corde. Ma percepisce qualcosa di strano intorno al suo rifugio, mentre fuori dalla casa la polizia si prepara. Irruzione. Spari, corsa sul tetto, Escobar cade ferito inerme, la telecamera in soggettiva con il soldato che lo raggiunge e gli spara alla testa. 
Questo è l’immaginario occidentale riguardo la Colombia, come ce l’ha raccontato la serie Tv Narcos. Ma era il lontano 1993, quando il debole governo colombiano e gli USA da una parte e il Cartello di Medellìn dall’altra combattevano per il predominio. Oggi la Colombia è la quinta economia del Sudamerica, in crescita consistente e costante. Ne parliamo, sempre con un occhio alla nostra città, con Paola, cittadina colombiana che ha vissuto per 9 anni e mezzo a Verona. 

Come siete capitati a Verona, e per quanto tempo siete rimasti qui? 
«Il nonno di mio marito è nato in Italia ed è venuto in Colombia per la prima volta nel 1928. Successivamente è tornato in Italia avendo la mala fortuna di trovarsi nel mezzo della Seconda guerra mondiale e nel 1941 entrambi hanno avuto il congedo e sono tornati insieme nel continente americano. Il nonno Giuseppe è tornato in Colombia e invece suo fratello è rimasto a vivere nel Venezuela. 
Ho conosciuto mio marito a Bogotà e nel 2003. Tre mesi dopo il nostro matrimonio, ha vinto una borsa di studio concessa dal Governo Italiano ai cittadini residenti all’estero; era stato ammesso all’Università degli Studi di Verona. Era un’occasione talmente bella che abbiamo deciso che io lo avrei raggiunto presto. Infatti, sono arrivata a Verona nella primavera del 2004 e ci siamo fermati fino all’autunno del 2013.»

Chi vi ha aiutato qui in Italia?  
«Quando mio marito è arrivato in Italia, è andato a vivere con un suo cugino che abitava a San Bonifacio. Mi sono avvicinata alla Parrocchia di San Paolo per offrire il mio aiuto e ho conosciuto due persone meravigliose, che sono diventate i miei angeli custodi durante tutto il tempo che sono rimasta in Italia.
Tramite un collega di mio marito ho trovato lavoro in una cooperativa; lì ho avuto la fortuna di lavorare con una ragazza africana, che è stata veramente gentile con me, e un’italiana che mi ha aiutato a imparare la lingua, a muovermi a Verona e mi ha insegnato dei trucchi per viaggiare low cost.» 

La Caritas di Verona

È stato difficile integrarvi e trovare un lavoro?
«Io non ho avuto particolari difficoltà a trovare un lavoro, anche se non equivalente a quello che facevo nel mio Paese; col tempo mi sono inserita in altri settori, nei quali ho potuto applicare le lingue che conosco e sviluppare altre competenze, percependo uno stipendio migliore. Direi che complessivamente ho trovato una città accogliente. Per mio marito, invece, non è stato facile inserirsi nel mondo del lavoro (nonostante sia un avvocato ora affermato) e non è mai riuscito a ottenere un contratto a tempo indeterminato.»

Che tipo di lavori avete trovato?
«Io, inizialmente, ho cominciato in una cooperativa che collaborava con ULSS per l’inserimento dati. Progressivamente ho migliorato la mia posizione: impiegata commerciale estero nel settore dell’abbigliamento e, da ultimo, consulente presso una società di consulenza per la commercializzazione di prodotti alimentari nel mondo. Molto più difficile per mio marito Renato: lettore di codici nei supermercati, portiere notturno presso un albergo, lettura contatori, magazziniere.»

Ana Paola Riveros

L’essere cattolici, secondo te, a Verona garantisce una corsia preferenziale per gli aiuti? 
«Ho visto diverse persone appartenenti alla chiesa cattolica dare aiuto ai migranti, a prescindere dal loro credo religioso. Mio marito faceva volontariato con il banco alimentare e ogni mese si distribuivano i pacchi ai bisognosi italiani e stranieri, tra cui molti africani di fede musulmana. La Caritas, le parrocchie, il centro aiuto vita e perfino le organizzazioni sindacali danno un importante aiuto alle persone, senza tenere conto del loro credo religioso.» 

Bogotà

Com’è Bogotà oggi, rispetto all’idea cinematografica che abbiamo in Europa? 
«Innanzitutto, ci tengo a precisare che a Bogotà non fa caldo; ci troviamo ad un’altezza di 2.600 metri sul livello del mare e perciò la temperatura media è di 14 ºC. Non capiamo perché Hollywood ci dipinge sempre come un posto caldo con delle palme e gente che gira in canottiera e infradito. Si tratta di una metropoli dove si evidenziano le disuguaglianze che affliggono la Colombia, ma le sparatorie sono meno frequenti di quelle che fanno vedere nei film e si trova più cocaina in giro nelle grandi città del cosiddetto primo mondo che sulle nostre strade.  
Quando me ne sono andata, la città era caotica, insicura e con gravi problemi di traffico, ma tutto sommato era piacevole viverci; la Bogotà che ho trovato è molto peggiorata e, ahimè, siamo stati poco accoglienti con i Venezuelani che sono arrivati a migliaia cercando un posto dove vivere decorosamente, per cui la criminalità è in aumento e la qualità della vita continua a peggiorare. Inoltre, il susseguirsi di amministrazioni disastrose, con sindaci inadeguati tanto di destra come di sinistra, hanno nociuto allo sviluppo della città. La Colombia ha dei paesaggi mozzafiato e una biodiversità unica al mondo; gente allegra, creativa, piena di talento, che elegge sempre i peggiori governanti possibili e continua a pagarne le conseguenze.» 

Tra Verona e la vita in Colombia, quali sono secondo te le differenze più importanti? 
«Verona è una città a misura d’uomo, bella, tranquilla, pulita, magica, affascinante, dove convivono più o meno armoniosamente persone provenienti da ogni parte del pianeta. I nostri stipendi non erano alti e siamo comunque riusciti a vivere bene, mangiare meravigliosamente, vedere almeno un’opera alla stagione lirica ogni anno e viaggiare spesso. Andavamo in bici dappertutto e gli spostamenti quotidiani erano sicuri e divertenti. Il bello di vivere a Bogotà è che abbiamo un’ampia offerta gastronomica, culturale e d’intrattenimento per le persone che si possono permettere di accedervi. Ci sono molte università, teatri, cinema, centri commerciali, biblioteche, club sportivi, discoteche ecc. Abbiamo uno degli aeroporti più importanti dell’America Latina e questo ci ha avvicinato al resto del mondo, portando investitori stranieri e sviluppo economico.  

Per le persone che abbiano la fortuna di abitare vicino al posto di lavoro, gli spostamenti quotidiani non sono un problema e questo ci dà una migliore qualità della vita. Purtroppo, la maggior parte degli abitanti impiega circa due ore in media per andare e tornare dal lavoro ogni giorno, sia in macchina tra le strade piene di buche e nel traffico caotico, sia nei mezzi pubblici sovraffollati, sporchi e con i borseggiatori in agguato. I coraggiosi che usano la bici devono fare i conti con le piogge quotidiane, la pessima qualità dell’aria, l’insufficienza e cattive condizioni delle piste ciclabili e la criminalità che è sempre in aumento. 
Per noi laureati con un posto fisso e dei guadagni discreti, la vita è agiata e, nonostante i problemi descritti in precedenza, stiamo bene e riusciamo a sfruttare le tante cose belle che offre la capitale della repubblica; purtroppo siamo una minoranza. In conclusione, la qualità della vita è decisamente migliore a Verona ma Bogotà è più dinamica.» 

Com’è vista l’Italia dal vostro Paese? 
«Negli ultimi anni sono arrivati numerosi italiani a Bogotà e questo ha portato una maggiore conoscenza del paese tra i colombiani. Infatti, adesso è più facile trovare un buon piatto di pasta o pizza, il che ci rende particolarmente felici. Oltre al buon cibo, i colombiani conoscono e apprezzano il ciclismo e il calcio, discipline nelle quali alcuni dei nostri connazionali sono riusciti ad eccellere in Italia. Purtroppo, l’Italia è anche famosa per la mafia (è ben conosciuto il legame fra i nostri narcotrafficanti e la criminalità organizzata italiana), la corruzione, il bunga bunga, e in genere si ha l’idea di un popolo spensierato, un po’ casinista e sessualmente estroverso.» 

Da vicini confinanti, com’è la situazione in Venezuela? 
«Sono due Paesi fratelli che litigano da sempre ma non possono vivere l’uno senza dell’altro, non soltanto per il fatto di condividere più di duemila chilometri di confine, ma perché storicamente siamo stati soci commerciali e politici e la nostra cultura è molto simile. È importante sottolineare che Simon Bolivar, pur essendo venezuelano, ha amato la Colombia, vi è morto, ha rivolto l’ultimo proclama ai colombiani e il paese che ha voluto fondare (integrato dalla Colombia, il Venezuela e l’Ecuador) si chiamava “La Gran Colombia”. La situazione del Venezuela è all’ordine del giorno nel nostro quotidiano; sappiamo che non c’è più democrazia, la gente stenta a sfamarsi, spesso non hanno la corrente elettrica, gli ospedali non sono più dotati dell’essenziale per farsi carico di procedure basilari come le nascite, c’è repressione, c’è una forte censura, e la criminalità dilaga. Si sperava che l’opposizione, con Juan Guaidó in testa, potesse ribaltare la situazione e ristabilire la democrazia spodestando Maduro, ma ciò non è ancora successo e purtroppo non si vede una via di uscita nell’immediato futuro. Negli anni settanta il Venezuela ha accolto migliaia di Colombiani che hanno trovato una vita migliore in quel paese, che allora godeva di ottime finanze. Storicamente, il popolo venezuelano ha accolto gli stranieri a braccia aperte, a differenza della Colombia, le cui leggi sono sempre state indirizzate a ostacolare l’arrivo dei migranti. Adesso che la situazione è diventata drammatica in quel paese, per via della crisi sociale, politica ed economica, ci siamo trovati ad affrontare un’immigrazione senza precedenti nella nostra storia, per la quale non eravamo preparati. Infatti, pur condividendo la stessa lingua, cultura ed origini, i colombiani sono molto diffidenti nei confronti dei venezuelani e mi rincresce dire che non siamo stati capaci di rispondere al loro bisogno come hanno fatto loro con noi in passato.»     

Cosa vi manca e non vi manca di Verona? 
«Ci manca molto la tranquillità di uscire per strada a qualunque ora del giorno e della notte senza avere paura di essere derubati, girare in bici dappertutto, le gite fuori porta, il gelato artigianale, gli spettacoli in Arena, i treni, la Biblioteca Civica, la vista dalle Torricelle, il bollito con la pearà, il Monte Veronese e, soprattutto,  gli amici.
Non sentiamo però la mancanza delle zanzare tigre né dell’afa in estate!»

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Stefano Magrella

Veronese d'origine, vanta ascendenze cimbre tutte da dimostrare. Docente di lettere, viene definito amorevolmente dai suoi cari come polemico, pesante, pedante e pignolo. Nel tempo libero assapora ogni sfumatura della noia.

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