Figli, famiglia, società/1

Quando la cronaca serve impropriamente per interrogarsi su quale società

Come tutti possiamo notare da qualsiasi chat social, è forte il disagio che scaturisce dalla percezione di essere in un momento storico particolare. Un momento in cui, coscientemente o meno, molti esprimono lo smarrimento nel vivere un passaggio epocale per la famiglia, le strutture sociali, i ruoli, la distinzione di genere. Pertanto, scopo di questo e dei prossimi articoli sul tema, che usciranno con cadenza settimanale, è quello di chiarire alcune linee dominanti ma tra loro conflittuali per poter comprendere i termini della questione nella sua interezza. Conoscere per deliberare, diceva qualcuno…

La prevalenza dello Stato, ovvero le ragioni della società

“«E qual è [la prescrizione sufficiente]» chiese.
«La cultura» risposi «e l’educazione. Se infatti grazie a una buona cultura diverranno uomini equilibrati, sapranno discernere facilmente tutti questi problemi e anche gli altri di cui ora non ci occupiamo: per esempio il possesso delle donne, il matrimonio e la procreazione: cose che, come dice il proverbio, debbono essere tutte il più possibile in comune con gli amici»”. Platone, La Repubblica, IV, 423e-424a.

Platone

Così Platone, 2400 anni fa circa, poneva la questione dell’educazione dei giovani che diveniva centrale per la creazione di una città ideale. Una città ordinata, fondata su tre classi (lavoratori, guardiani, filosofi) caratterizzate da temperanza, coraggio e saggezza; soprattutto sulla temperanza, tanto che “abbiamo tutto il diritto di affermare che questa concordia è la temperanza, accordo naturale dell’inferiore e del superiore su chi debba comandare in città e in ciascun individuo” Ivi, IV, 432a.

Tutta l’attenzione per la creazione di una società ideale parte dalla cura dell’individuo, che in una città è il cittadino. Infatti, perno del dialogo è la gestione “della procreazione e dell’educazione dei figli dopo la loro nascita e […] questa comunanza delle donne e dei figli” Ivi, V, 449d. Il tema che viene affrontato nella sua ampiezza specie per la classe dei guardiani.  Per prima cosa, si affronta la questione di genere: si stabilisce che “per natura la donna ha un’assoluta comunanza di funzioni con l’uomo, sebbene in tutte risulti inferiore” Ivi, V, 455d e che quindi, ruolo riproduttivo a parte, non debba essere stabilita una netta differenza tra uomo e donna, che devono anzi essere educati allo stesso modo anche se poi le donne avrebbero “compiti più lievi” Ivi, V, 457a.

Amazzoni, vaso greco

Ma innovativa (rispetto ad ogni tempo, i suoi e i nostri) è la gestione dei rapporti sociali e relazionali: le donne dei guardiani dovrebbero essere tutte in comune e nessuna dovrebbe convivere in privato con nessuno; i figli dovrebbero essere comuni, “e il padre non conosca il figlio e il figlio non conosca il padre” Ivi, 457d; persino i rapporti, mirati alla procreazione selettiva attraverso la riproduzione dei migliori grazie a sorteggi condizionati, sarebbero decisi non dai guardiani stessi, ma dai governanti. L’idea è quella, dunque, di uno Stato come prevalenza dell’interesse comune sulle singole parti, ovvero i cittadini, come visto. Per questo, il senso di proprietà e di soddisfazione egoistica (specie per la classe dei guardiani) è vietato: viene abolita la famiglia, i ruoli materni e paterni vengono condivisi da tutti gli appartenenti alla classe (non sapendo, infatti, chi è loro figlio); persino l’amore viene deciso dall’alto, dalla saggezza dei governanti filosofi.

Un modello questo sicuramente estremo, idealista e disumanizzante (anche se non mancano spunti raccolti dal Socialismo e dal Comunismo) ma che risponde a istanze che possiamo ritrovare nella quotidiana informazione: non a caso, l’inverno demografico dell’Italia allarma molti, che richiedono l’intervento dello Stato per permettere maggiori nascite, magari attraverso incentivi o strategie fiscali sul modello francese.

Per accettare che uno Stato – esterno all’individuo e alla famiglia – intervenga persino in un ambito così personale e intimo, c’è bisogno di un qualcosa che ispiri un senso di comunità. In natura, come ci dice Wilson, esistevano un tempo bande di ominidi, nell’ordine di qualche decina di persone, costrette a collaborare per sopravvivere. Gli Stati nazionali attuali, che ne contano milioni, necessitano di collanti che li rendano più concreti: i grandi numeri, per la mente umana, diventano concetti vuoti. La scuola pubblica, ad esempio, che attraverso una divisione per classi/leve cerca di creare un sistema culturale omogeneo cercando di uniformare realtà storicamente e culturalmente non omogenee (e si veda come il conflitto attuale sull’Autonomia di Veneto e Lombardia si sia incartato proprio sulla scuola, stante la diffusa percezione di debolezza della coesione di uno Stato giovane, solo 158 anni); o come la scelta di una scuola paritaria, o privata, fino all’insegnamento domestico sia una forma di rivendicazione di libertà da uno Stato oppressore.

Una famiglia numerosa al tempo del Fascismo

Un altro elemento cementante è il metus hostilis, alimentato attraverso tensioni reali o create ad arte con l’esterno (USA, Francia, Germania…). In questo contesto rientrano questioni come la procreazione, ad esempio, riassunta nel motto “Il numero è potenza” già ai tempi di Mussolini. Persino l’immigrazione, percepita da alcuni come invasione, diventa tollerabile solo se i migranti accettano l’omologazione culturale, appunto per evitare un conflitto interno in vista del quale viene invocata una crescita demografica in grado di contrastare quella dei migranti. Il ruolo della donna, in questa logica, deve essere subordinato all’interesse collettivo che, pur nella dichiarata parità di genere, è limitato nella libertà di scelta riproduttiva: si vedano, in questo senso, le leggi sull’aborto che si vanno diffondendo in molti governi.

Lo Stato come simbolo. Concludendo, lo Stato rappresenta nell’immaginario le ragioni della società rispetto alla libertà della famiglia e del singolo, e per questo tiene insieme due aspetti estremi che convivono: la paura (poiché rappresenta ciò che non possiamo controllare, l’obbligo e il dovere) e la rassicurazione della protezione (la garanzia del diritto). Insomma, il padre buono e quello cattivo (se vogliamo essere freudiani…). Questi aspetti sono entrambi percepiti, perché nell’immaginario lo Stato è sia l’uomo nero che ruba i bambini alle famiglie (Bibbiano [sì, ne sto parlando]), sia quello che, inviando ispettori e assistenti sociali, li salva; l’ultimo baluardo al caos e garanzia del senso del dovere a vantaggio del collettivo. È l’ente che da una parte vieta alla scienza di superare limiti, da alcuni percepiti come invalicabili (ed ecco le leggi che non permettono la fecondazione in vitro, o l’eterologa; o l’eutanasia), ma dal quale altri invece si aspettano l’erogazione proprio di quei servizi attraverso il sistema sanitario nazionale.
È l’ente che deve garantire servizi come asili e scuole ma che, attraverso quelli, non dovrebbe invadere lo spazio educativo delle famiglie con la propria ideologia (che è invece proprio l’obiettivo implicito dello Stato nel dare questo servizio). Ecco in parte spiegata la schizofrenia rispetto al ruolo del corpo insegnante: deve insegnare ed essere modello per i giovani, ma un modello vuoto perché talvolta portatori di messaggi che instaurano un conflitto tra ideologia di Stato e identità familiare.
La necessità dell’ordine non è solo inculcata dall’esterno e, nei momenti di smarrimento, viene percepita come essenziale: non si spiega altrimenti la richiesta di ripristinare (per gli altri…) il servizio militare obbligatorio per indurre nella gioventù un’arcaica durezza, sul modello dei guardiani di Platone: il dovere esterno a garanzia del collettivo a cui sacrificare il proprio senso di individualità.

Vediamo, dunque, come il modello di vita sociale regolato da uno Stato onnipresente e invasivo possa garantire l’ordine e fornire uno scopo esterno all’individuo con un obiettivo comune: la sopravvivenza e la sicurezza. In teoria, l’utopia di Platone avrebbe garantito, secondo il filosofo greco, anche la felicità; ma la sua visione dello Stato, privando l’individuo di ogni scelta e la famiglia di un ruolo, è incompatibile col sentire della società attuale.

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Stefano Magrella

Veronese d'origine, vanta ascendenze cimbre tutte da dimostrare. Docente di lettere, viene definito amorevolmente dai suoi cari come polemico, pesante, pedante e pignolo. Nel tempo libero assapora ogni sfumatura della noia.

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