Quella ricerca rosa, che rosa non è

Sugli angeli dovremmo metterci d’accordo. A partire dal fatto che davvero non hanno sesso e che sia possibile definire in questo modo chiunque faccia qualcosa di ammirevole, di benefico, magari dedicandosi fino all’abnegazione.

È un pregio, insomma, essere chiamati in questo modo, un riconoscimento che ha tanto più peso quanto più l’impegno profuso avviene in condizioni critiche, magari persino mettendo in gioco la propria incolumità.

Nel vortice di notizie che il coronavirus sta producendo in queste settimane, c’è una gran sete di eroi, di storie che diano speranza e provochino ammirazione. Ed ecco che il Giornale pochi giorni fa titolava sugli angeli bianchi che combattono il virus, includendo non solo i medici ma anche tutto il personale ospedaliero cinese, che si sta spendendo nel proprio lavoro nonostante il pericolo.

E ieri l’Italia delle news ha fatto la ola non solo perché l’ospedale Spallanzani di Roma ha comunicato di aver isolato il 2019-nCoV, ma anche perché ciò era stato frutto del lavoro di un team di ricercatrici. C’è voluto poco che il raccontino fosse già bello pronto: alcune testate on line si sono sovrapposte con lo stesso titolo, ripreso anche dai telegiornali, e la vulgata giornalistica ha trovato ne “Gli angeli del virus” (così titola oggi l’edizione in edicola de La Repubblica) le proprie eroine.

Quindi, tutto bene? Tra le congratulazioni non sono mancati i mormorii, soprattutto riversati sui social. Perché quell’accostamento tra donne e angeli riporta a una visione del mondo che nulla dovrebbe avere a che fare con la scienza e con l’anno 2020.

Può sembrare una forzatura quella sollevata da molte donne, che vedono in questa narrazione, fatta di “angeli della ricerca”, “mani d’oro della ricercatrice precaria”, l’esaltazione del “fattore rosa”: eppure tutto questo non fa che circoscrivere e alla fine sminuire il valore delle intelligenze messe in campo dalle donne.

Gli angeli del focolare, ma anche la donna angelicata dello Stilnovo, la cui anima è elevata, emblema di un amore puro e spirituale, sui media ci sono ancora. In diversi articoli si indugia sul fatto che, accanto al proprio lavoro, queste ricercatrici (Maria Rosaria Capobianchi, Francesca Colavita, Concetta Castilletti) abbiano comunque accompagnato a scuola i figli, si siano trasferite a Roma per amore e altre minuzie amene. Belle e brave mogli e madri, innanzitutto.

Chissà perché tanta poesia non sia stata spesa per descrivere la vita e il contributo della Nobel Rita Levi Montalcini, scomparsa già sette anni fa, il cui lavoro ha anche dato vita a un istituto europeo di ricerche sul cervello. Forse perché incarnava la figura di una donna che tutto aveva dato alla scienza. E come si racconta un personaggio così, che non rientra in alcun cliché di facile resa?

Invece non dovrebbe essere difficile parlare negli anni Venti del XXI secolo di donne che fanno cose un tempo di dominio maschile. La fatica di nominarle al contrario denuncia che ancora non ci siamo: che a fronte di pari qualità e impegno, si finisce con un’etichetta rosa in fronte – quando va bene – e poco ci manca che si debba dare la propria ricetta della torta di mele per essere considerata innanzitutto donna, cui poi segue tutto il resto.

Un consiglio: chiedersi se la stessa parola la si userebbe con un uomo, e pure domandarsi se l’accostamento sminuisca il ruolo della persona cui lo si assegna. Domandarsi il perché di tale affiancamento, capire se tra il soggetto e la sua descrizione non si stia frapponendo uno stereotipo.

Di angeli di sesso maschile qui sulla Terra ce ne sono tantissimi, molti tra l’altro agiscono nell’anonimato. Spesso i pazienti definiscono così i medici che li curano e magari li salvano. Non solo per quella specie di miracolo in cui un paziente spera, ma anche perché è proprio la professione di cura che è tanto più efficace quanto più si condisce di umanità e di empatia. Ecco, questi sono gli angeli, quindi chiediamoci se queste ricercatrici abbiano svolto il loro lavoro nello stesso modo in cui uno specialista molto dedito, uomo o donna che sia, si approccia al malato.

Pare evidente che queste donne abbiano impiegato la loro professionalità e anche un pizzico di competizione per raggiungere un risultato utile alla ricerca internazionale, al pari di qualsiasi altro team, con l’abnegazione necessaria all’obiettivo da raggiungere. Semmai, più che di angeli, si tratta di donne che non hanno fatto passi indietro rispetto alla ricerca, che tra l’altro ha visto protagonista pure un uomo, Antonino Di Caro. Ma di lui non sappiamo se si occupi regolarmente delle faccende di casa.

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Fabiana Bussola

Giornalista pubblicista dal 1996, sto frequentando dei corsi per diventare estroversa, ma sono ferma alla cintura blu. Ho collaborato con diverse testate locali e nazionali, e mi occupo di ufficio stampa e comunicazione. Parlo da sola in italiano, tedesco e inglese, sono la schiava di un cane anziano e di una gatta giovane, e cerco di cambiare il mondo senza riuscirci. Da storica dell'arte, sogno di organizzare la più grande mostra di arte contemporanea che l'umanità abbia mai visto. Ma forse sarà per la prossima volta.

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